Anche il re mangia la minestra di fagioli
Anche il re mangia la minestra di fagioli
Vittorio Emanuele II amava cacciare stambecchi e camosci, passione che lo portava regolarmente in Valle d’Aosta, fra le vallate del Gran Paradiso.
Prima dell’acquisto del castello reale di Cogne, il suo quartier generale erano gli accampamenti in montagna che lo ospitavano la sera e la notte al ritorno dalle battute di caccia.
Terminata la giornata, il re restava spesso in piedi sul prato con le mani dietro la schiena, fumando lentamente il sigaro e osservando le ultime luci sulle montagne. Quando il freddo serale cominciava a scendere rientrava nei propri appartamenti dove, davanti al fuoco, organizzava con gli ufficiali le battute successive. Era lì che iniziava già la caccia del giorno dopo.
Le giornate iniziavano prestissimo. Alle quattro del mattino Vittorio Emanuele II era già in piedi. Indossava abiti da cacciatore, beveva rapidamente una tazza di caffè e partiva con pochi uomini scelti. Uno di loro trasportava vino e qualche fetta di carne salata per affrontare la giornata.
Verso le dieci la caccia entrava nel vivo e poteva durare per ore fra rocce, nevai e precipizi. In genere il rientro avveniva verso le cinque del pomeriggio, all’ora della cena.
Il sovrano aveva gusti semplici. Amava particolarmente le cipolle e i fagioli e appena arrivava in cucina non c’era volta che non chiedesse al cuoco, in piemontese: «Ass te d’sioulè? Asst’ fait d’menestra d’fazeui?», cioè se ci fosse la minestra di fagioli. Pare apprezzasse anche una semplice zuppa fredda di riso all’acqua.
La fatica delle salite gli provocava una sete impressionante. Alcuni raccontavano che, dopo le battute più impegnative, riuscisse a bere perfino quattro bottiglie d’acqua fresca.
Fra una caccia e l’altra il re continuava anche a governare. Molti decreti ufficiali del Regno d’Italia portarono infatti la data di Valsavarenche. Un giornale cattolico osservò ironicamente che ben pochi decreti recavano le date di Roma, Firenze o Torino, mentre moltissimi erano firmati proprio a Valsavarenche, diventata residenza estiva del sovrano.(1)
Il giornale attribuiva a Vittorio Emanuele II anche un colpo d’occhio ed una memoria eccezionali. Durante una battuta uno stambecco, ferito alla mascella dal re, riuscì inizialmente a rifugiarsi fra le rocce. Poco dopo i battitori lo spinsero nuovamente verso la postazione di caccia del re dove, nel disordine generale, sparò anche il figlio Umberto.(2)
Nacque allora una discussione. Vittorio Emanuele sosteneva di aver colpito per primo l’animale; il principe rivendicava invece l’intero merito dell’abbattimento. Fu il caporale dei guardiacaccia, Pierre Jeantet, a risolvere la questione. Il valdostano confermò infatti di aver visto lo stambecco nascosto sotto una roccia con la mascella già sanguinante.(3)
Il re avrebbe visto giusto e, volente o nolente, anche Pierre...
- Immagine di copertina: Il re in una cartolina d'epoca. Immagine di proprietà dell'autore.
(1)
Feuille d’Aoste, 3 luglio 1878. (2) Il giornalista indica il giovane Umberto come «le comtin», ossia “contino”. Non è chiaro se l’appellativo fosse realmente usato da Vittorio Emanuele II o dall’ambiente delle cacce reali. Potrebbe anche trattarsi di un modo colloquiale per distinguere il principe dal sovrano, forse con un richiamo alla tradizione sabauda che faceva risalire la dinastia al conte Umberto di Biancamano. (3)
Unità Cattolica, 7 aprile 1878.









