La contessa d’Aosta, principessa d’India
La contessa d’Aosta, principessa d’India
Negli anni Venti del Novecento una vicenda giudiziaria francese ebbe ampia eco sulla stampa. Ad Agen, nel Lot-et-Garonne, nel 1925, Dinorah Galou - nata Coarer - comparve davanti alla Corte d’assise con accuse gravi: «trafiquante d’enfants», sottrazione di minori, simulazione di maternità. Nel procedimento fu coinvolto anche il marito, medico.
I giornali si soffermarono subito sulla figura della donna. «Avec quelle curiosité attendait-on l’instant de voir cette femme étonnante…». La descrissero con tratti quasi caricaturali: «un grand chapeau cloche… un visage… qui fait songer à une fée Carabosse». In aula teneva le mani sul banco e stropicciava il fazzoletto con cui si era appena asciugata le lacrime; poi si voltò verso la sala e mandò baci, mentre dal banco dei testimoni la madre le rispose, con accanto una delle bambine sottratte.
Durante il processo emersero anche i nomi che aveva utilizzato nella vita per nascondere la propria identità. Maud Sanderson, «parente et doublure de la cantatrice»; Loti; Marthe de Kervolen; Mme Germot. Si disse scrittrice, segretaria di «grands hommes», «docteur en médecine», artista, giornalista; in carcere, «prisonnière politique». La stampa la «suppose livrée aux stupéfiants». In quella sequenza di fatti, nomi e situazioni comparvero anche due titoli: «princesse des Indes» e «comtesse d’Aoste».(1)
Erano titoli inesistenti, costruiti per sembrare credibili. “Aosta” offriva un riferimento geografico preciso, meno costruito dell’esotica «princesse des Indes». Rimandava ai Savoia, al Regno d’Italia, forse anche ad Amedeo, duca d’Aosta, per breve tempo re di Spagna tra il 1870 e il 1873. Questo intreccio di nomi, storie e assonanze poteva confondere, ma in aula non resse.
Il titolo di conte d’Aosta, del resto, era esistito. In passato fu attribuito anche al vescovo di Aosta, su basi poi rivelatesi fragili; apparteneva invece alla casa di Savoia. I Challant, in Valle d’Aosta, portarono la viscontea e nel 1295 la cedettero ai Savoia. Pochi decenni più tardi, la Valle d’Aosta fu riconosciuta come ducato.
In aula non fu questo groviglio araldico a essere chiarito; fu liquidato per ciò che era: il suono di una moneta falsa. Il resto riguardava altro: le sottrazioni di minori, le false maternità.
La sentenza fu pronunciata nel 1925 e condannò la donna a quattro anni di reclusione. Tutto fu chiarito. Anche la «comtesse d’Aoste» scomparve con il resto delle identità assunte da Dinorah Galou. Il titolo “d’Aosta”, quello reale, restò nel nome del ramo cadetto dei Savoia: i duchi d'Aosta.
L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore.
(1)
L’impartial, 30 maggio 1925.









