“Vi dico come sarà la Valle d’Aosta fra 200 anni”
“Vi dico come sarà la Valle d’Aosta fra 200 anni”
Il 31 ottobre 1844 la «Feuille d’Annonces d’Aoste» pubblicò un articolo dell’avvocato Alcide Bochet (1802-1859) dal titolo significativo: «Améliorations et découvertes prophétisées».
Il testo sembrava una proiezione della Valle d’Aosta di quasi due secoli dopo. In anni in cui le ferrovie erano ancora una novità e i grandi trafori alpini appartenevano quasi alla fantasia, Bochet delineò una serie di trasformazioni che, tra Otto e Novecento, sarebbero in parte diventate realtà.
«Nous vivons dans un siècle de grandes découvertes et de projets vraiment extraordinaires», scriveva in apertura.
Per migliorare la società valdostana e non solo, osservava, qualcuno stava già calcolando la spesa necessaria a perforare il Monte Bianco «afin d’opérer des voyages souterrains entre Courmayeur et Chamouny». Poi spingeva il ragionamento ancora oltre. Perché non forare anche sotto la Becca di Nona e le montagne retrostanti? In questo modo, invece di aggirare i rilievi per uscire dalla Valle, si sarebbe potuti arrivare «en ligne droite» fino a Torino, installandovi «les chemins de fer et les voitures à vapeur».
Quando Bochet scriveva quelle righe mancavano ancora sedici anni all’apertura del traforo ferroviario del Fréjus, inaugurato nel 1871 dopo lavori immensi. Il traforo del Monte Bianco, evocato quasi come un sogno futuristico, sarebbe invece entrato in funzione soltanto nel 1965, ben 121 anni più tardi.
Il passaggio diretto sotto la Becca di Nona non uscì mai dall’immaginazione, anche se l’idea riapparve più volte tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento; qualcuno tornò persino a parlarne agli inizi del XXI secolo.
Bochet immaginava anche nuove strade verso i colli del San Bernardo. La carrozzabile del Piccolo San Bernardo sarebbe arrivata pochi anni più tardi, mentre quella del Gran San Bernardo venne completata circa sessant’anni dopo. Allora, sosteneva, «l’industrie et le commerce fleuriront», mentre abbondanza e prosperità avrebbero trasformato la Valle d’Aosta fino a raddoppiarne o triplicarne la popolazione.
Nel 1844 i valdostani erano circa 90.000; oggi sono poco più di 120.000. La crescita non raggiunse dunque le dimensioni immaginate da Bochet, ma la trasformazione economica e sociale della regione fu comunque profonda.
Non mancavano altre intuizioni. I mineralogisti, secondo lui, avrebbero scoperto miniere d’oro e d’argento. Non avvenne esattamente in quei termini, ma miniere come quelle di Cogne, Ollomont o La Thuile divennero importanti risorse economiche per oltre un secolo.
Le acque della Dora Baltea e del Buthier, scriveva ancora, sarebbero state regolate da grandi dighe capaci di fermare le inondazioni e sostenere l’agricoltura. Bochet non poteva immaginare l’idroelettrico moderno, eppure dighe come Place-Moulin, Beauregard e molte altre avrebbero effettivamente trasformato la montagna valdostana nel Novecento. Gli stessi corsi d’acqua, secondo lui, avrebbero favorito il trasporto del legname verso Aosta e sostenuto nuove coltivazioni: barbabietole da zucchero, vigneti, meleti.
Anche la città futura trovava spazio nelle sue pagine. Bochet prevedeva un nuovo cimitero collocato lontano dal centro abitato e immaginava un corpo di pompieri a cavallo per contrastare gli incendi che colpivano frequentemente paesi e villaggi valdostani. Infine descriveva una piazza di Aosta che, «dans sa magnificence», non avrebbe avuto nulla da invidiare alle altre piazze dello Stato sabaudo.
Riletto oggi, quel testo colpisce soprattutto per la distanza temporale tra l’idea e la sua eventuale realizzazione. Molte opere prospettate da Bochet richiesero decenni, talvolta oltre un secolo. Altre non videro mai la luce.
Eppure, dietro quelle pagine del 1844, c’era già qualcuno che provava a immaginare la Valle d’Aosta del futuro.
Immagine di copertina:
"Petit Saint-Bernard. - Colonne de Joux, altitude 2762 mètres", cartolina d'epoca, archivio dell'autore.









