Votate! (“On doit le 2 juin aller voter”)
Votate! (“On doit le 2 juin aller voter”)
Nel maggio del 1946 i giornali valdostani pubblicarono un curioso avviso destinato ai cittadini chiamati alle urne il 2 giugno.
Il titolo era secco, quasi perentorio: «On doit le 2 juin aller voter». Bisognava andare a votare.
Sotto compariva il richiamo al Decreto Legislativo Luogotenenziale 10 marzo 1946 n. 74, quello che regolava l’elezione dell’Assemblea Costituente. Il testo ricordava che il voto era «un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il paese in un momento decisivo della vita nazionale».
Per chi si fosse astenuto senza giustificato motivo erano previste conseguenze oggi quasi impensabili. L’elenco degli assenti sarebbe stato esposto per un mese nell’albo comunale; per cinque anni sui certificati di buona condotta avrebbe potuto comparire la nota «non ha votato». Una formula che, allora, poteva creare disagi concreti nella vita quotidiana.
Letto oggi, quel trafiletto sorprende. Sembra appartenere ad un altro mondo. E in effetti lo era.
L’Italia del 1946 usciva da vent’anni di fascismo, dalla guerra civile, dai bombardamenti, dall’occupazione tedesca, dalla fame. Molte località erano semidistrutte; migliaia di famiglie attendevano ancora il ritorno di uomini dispersi o prigionieri. Eppure proprio in quel clima il voto venne vissuto come qualcosa di enorme importanza.
Per la prima volta le
donne italiane partecipavano ad una consultazione politica nazionale. Per la prima volta gli italiani erano chiamati a scegliere direttamente la forma dello Stato -
monarchia o repubblica - e contemporaneamente ad eleggere l’Assemblea che avrebbe scritto la
Costituzione.
Dietro quel tono severo vi era la paura del vuoto politico lasciato dalla dittatura e dall’indifferenza. Dopo anni nei quali le elezioni erano state svuotate o trasformate in rituale, la partecipazione appariva una necessità quasi vitale per la ricostruzione del Paese.
In Valle d’Aosta quel voto arrivò in un momento delicatissimo. La questione valdostana era apertissima; la Francia non disdegnava l’annessione; l’autonomia si trovava ancora in una fase incerta e fragile e il 2 giugno fu percepito come un passaggio decisivo.
Ottant’anni dopo il clima è completamente diverso. Nessuno rischia più di vedere il proprio nome affisso all’albo comunale per non essere andato alle urne e nessuno metterebbe seriamente in discussione il diritto di astenersi. La Repubblica, col tempo, ha scelto giustamente di lasciare piena libertà anche nel non voto.
Resta però una domanda difficile.
Che cosa si è spezzato, in questi decenni, fra gli italiani e quel senso di partecipazione che nel 1946 sembrava quasi naturale? Perché oggi milioni di cittadini considerano le urne inutili, lontane o incapaci di incidere sulla realtà?
Le risposte sono molte: la crisi dei partiti storici, la sfiducia nelle istituzioni, la sensazione che le decisioni reali vengano prese altrove, il logoramento del linguaggio politico. Ridurre tutto a disinteresse o superficialità sarebbe troppo semplice.
Eppure quel trafiletto comparso sulla stampa valdostana nel maggio del 1946 conserva ancora qualcosa di potente. Non tanto per le sue minacce amministrative, oggi lontanissime dalla nostra sensibilità, quanto perché restituisce il valore che allora si attribuiva al voto.
Per una generazione uscita dalla guerra, mettere una scheda nell’urna significava partecipare concretamente alla nascita di un paese nuovo.
Forse è proprio questa distanza - più ancora dei numeri dell’astensione - a raccontare meglio gli ottant’anni della Repubblica italiana.
Per la generazione del 1946 la Repubblica non era qualcosa di acquisito.
Era qualcosa da costruire, un’urna alla volta.
Immagine di copertina: Augusta Praetoria, 11 maggio 1946.









