Il Re e la polenta dei valdostani
Il Re e la polenta dei valdostani
Nell’estate del 1878 un giornale valdostano raccontò un episodio che restituisce bene il rapporto fra Vittorio Emanuele II e gli uomini della Valsavarenche.(1) Intorno alle cacce reali, infatti, i valdostani avevano dato vita quasi naturalmente a una piccola corte locale che accompagnava il sovrano durante le sue permanenze in valle.
Il re apprezzava quella compagnia di montanari e cercava, quando poteva, di ricambiare la loro disponibilità, ben sapendo quanto la sua presenza gravasse sulla vita della valle. La sua passione per la caccia, almeno agli inizi, non risparmiava neppure la domenica, ma quando si rese conto che i suoi uomini erano costretti a rinunciare alla Messa decise che almeno quel giorno gli stambecchi sarebbero rimasti in pace. Secondo un testimone contribuì anche un incidente. Un enorme blocco di ghiaccio si staccò da un lembo del Gran Paradiso e Vittorio Emanuele rischiò il peggio: «pour le reste de cette journée le bouquetin fut laissé en paix et le dimanche ne tarda pas à devenir le jour de la “trève de Dieu”».
Torniamo a quell’estate del 1878. Il re aveva appena abbattuto uno stambecco e intorno alla preda si raccolsero guardiacaccia, battitori e pastori della valle. I battitori, del resto, potevano essere dai quaranta ai duecentocinquanta. Fra loro vi era anche un anziano chiamato Charance, che osservò l’animale, guardò il punto in cui era stato colpito e capì subito che era bastato un solo sparo. Solo allora il sovrano gli si avvicinò e domandò: «Hé bèn! mon ami?». Il vecchio rispose semplicemente: «Vous frappez un chasseur!».
Ogni battitore riceveva dieci lire al giorno, una somma importante per molte famiglie della valle.
Proprio parlando di quel compenso il giornale riferì un altro episodio. Un responsabile delle cacce, ritenendo eccessiva la spesa, propose al re di ridurre la paga da dieci lire a sette e mezzo. Vittorio Emanuele II lo fermò subito. Se quei guadagni permettevano alle famiglie della valle di garantirsi la polenta durante l’inverno, spiegò, era giusto che il re pagasse caro il proprio divertimento.
Quelle parole acquistavano ancora più valore se si considerava il lavoro dei battitori. Per seguire stambecchi e camosci affrontavano gole, rocce e nevai, spesso in condizioni pericolose, tanto che nel 1875 un uomo di Valsavarenche era precipitato in un burrone dopo essere stato urtato da un animale durante una battuta. Lo avevano riportato a casa mutilato, irriconoscibile. «Le jour même de cette catastrophe, le roi vivement impressionné quitta Valsavaranche».
Il re avrebbe potuto comportarsi diversamente, ma probabilmente non sarebbe stato Vittorio Emanuele II.
Aveva un carattere ruvido e poco incline all’etichetta di corte, ma un motivo, se lo chiamavano «Re Galantuomo», c’era.
- L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore.
(1)
Feuille d'Aoste, 3 luglio 1878.









