Il primo ferro di Cogne al servizio delle armi
Mauro Caniggia Nicolotti • 1 ottobre 2024
Il primo ferro di Cogne al servizio delle armi
Stabilire con precisione quando e come iniziò lo sfruttamento della magnetite a Cogne non è semplice. Sebbene nei documenti più antichi vi siano tracce di fabbri, non è chiaro se questi fossero coinvolti in un’attività organizzata di fusione della magnetite e lavorazione del ferro.
Tuttavia, è certo che agli inizi del XV secolo l’attività mineraria cominciò a prendere forma in maniera definita.
Il primo riferimento documentato risale al 1406, quando, su richiesta del vescovo di Aosta, il castellano di Cogne ordinò alla comunità di preparare 120 triencullos armatos
per sostenere il conte di Savoia.(1)
Questo potrebbe indicare l’esistenza di una produzione organizzata, legata a una forma embrionale di attività industriale, poiché notizie certe di scavi a Liconi risalgono al 1408.(2)
Il 29 novembre 1425, il vescovo di Aosta fece poi costruire un martinetto e altre strutture per la fusione del ferro, segnando un ulteriore sviluppo dell’attività siderurgica.(3)
Il termine triencullos armatos
citato nel 1406 sembra riferirsi a un tipo di arma da fuoco o a un congegno bellico, forse una struttura a più canne, simile a un’arma ad organo o a un pezzo di artiglieria. Probabilmente i 120 cannoncini di piccolo calibro sarebbero stati montati a gruppi e disposti a triangolo per essere innescati facilmente e quasi simultaneamente su un affusto a ruote. Si trattava, dunque, di armi per i ribauldequin, una sorta di antenata della mitragliatrice, sistemi che furono utilizzati fin dal Trecento. Oppure si trattava di schioppi, utilizzati singolarmente dai soldati, una sorta di bombarde.
Non si può escludere che queste armi, richieste da Amedeo VIII di Savoia, siano state impiegate forse per l’assedio del castello di Castellengo (Cossato, Biella), occupato tra il 4 e il 5 maggio 1406 dal capitano di ventura Bando di Firenze, considerando che la richiesta fatta a Cogne è datata 8 dicembre 1406.
Per riconquistare il controllo, Amedeo VIII di Savoia dovette intraprendere un assedio che si protrasse fino a febbraio 1409, quando finalmente riuscì a riprendere possesso del castello.
Immagine di copertina: Schioppettiere dà fuoco alla miccia del suo schioppo - immagine di Konrad Kyeser -http://en.wikipedia.org/wiki/File:Lgehumble_1400.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=8348588
(1) Archivio Storico Regionale di Aosta (ASRA), Fonds Cogne
(FC), volume I, documento n. 27, 8 dicembre 1406. (2) Autenticum manifesti Vallis Cognie, 5 aprile 1408, citato in G. Pipino, Documenti Minerari di Piemonte e Valle d’Aosta dall’anno 1000 al 1635, p. 11. I documenti, come afferma lo stesso autore, sono tratti per la stragrande maggioranza dal volume “Documenti Minerari degli Stati Sabaudi”, pubblicato nel 2010. (3) ASRA, FC, I, 37.

Ma quanto è enorme la Valle d’Aosta! La premessa di questo articolo è l’ ironia . Un sorriso che scatta più volte leggendo alcuni articoli del passato dedicati alla Valle d’Aosta provenienti dalle zone più vicine a noi, dove le distanze si misurano più in pochi chilometri che in ore di viaggio. Non si tratta di una polemica. Piuttosto, di alcuni esempi che, proprio per la loro vicinanza geografica, sorprendono. Perché, a leggere certe righe, sembra talvolta che la Valle d’Aosta appaia come un luogo lontano , quasi esotico, quando invece condivide con il Vallese e la Savoia non solo la catena alpina, ma anche forme di insediamento, economie tradizionali, paesaggi e perfino lessici. Quella Valle d’Aosta che - a detta di un giornale elevetico - un tempo “fu francese e oggi è italiana” . (1) Se i primi viaggiatori inglesi dell’Ottocento, che descrivevano le vallate valdostane con toni quasi mediterranei , lontani dalla realtà delle architetture in pietra, dei tetti pesanti, dei pascoli alpini, dei vertici altissimi, erano in parte giustificabili, meno lo sono i nostri vicini. Mi è capitato di recente di sentire turisti francesi che, superato il Monte Bianco, si stupivano di ritrovare paesaggi «simili» a quelli della Savoia e non tipicamente mediterranei - come se la continuità alpina fosse un’eccezione o le Alpi fossero solo loro; lo stesso mi è successo per la nostra lingua francese , come se a noi non dovesse appartenere . Torniamo al passato, quando dalla Svizzera giungono alcune descrizioni che restituiscono una Valle d’Aosta che sembra aver annesso parte del Piemonte e della Lombardia . In un articolo del Courrier de Genève del 30 marzo 1921, leggendo di scontri tra fascisti e socialisti nella penisola italiana, si incontra una notizia collocata «à Varèse, dans la vallée d’Aoste» . Errore geografico che sfugge anche a La Tribune de Genève , che riprende la notizia con termini simili. Poco prima, il 13 gennaio 1921, un articolo della Gazette du Valais ambientava ad «Aglie, dans la vallée d’Aoste (Italie)» un matrimonio reale. Agliè (Torino) non dista che una quarantina di chilometri da Pont-Saint-Martin - ma non si trova certo in territorio valdostano. Più sottile, ma forse ancora più interessante, è un passaggio de La Suisse del 23 febbraio 1922. Per quanto qui Aosta venga descritta come parte di un territorio che «fait pendant à la Savoie, de l’autre côté des Alpes et du col du Petit-Saint-Bernard, comme un sac à un sac, de part et d’autre du bât d’un mulet» (come due sacche appese ai lati dello stesso basto del mulo), il giornalista sembra aspettarsi da quei frammenti di storia che incontra - i monumenti antichi - anche le grandi architetture italiane, un po’ come se si trovasse a Torino. Ma quell’arte non c’è ... Ci si aspetta, dunque, che la Valle sia una sorta di anticamera del paesaggio e della cultura italiana , e la gioia evocata è quella provata nel vedere i campanili del Piemonte e della Lombardia e i tetti rossi di quei villaggi assiepati intorno alla chiesa. Caratteristiche che in Valle non si ritrovano: l’architettura romanica è ben riconoscibile un po’ ovunque, l’impianto delle chiese non è barocco come nella pianura padana e i tetti non sono in cotto, ma in losa. Altri viaggiatori elvetici in visita ad Aosta relazionarono in questi termini: «On visite les monuments. Le moscato, le chianti, le blanc sec et le Barolo (...), crus naturels italiens, nous montrent qu’il y a des bons vins en dehors de chez nous» . A loro interessavano i vini italiani, non certo quelli valdostani, dei quali forse ignoravano perfino l’esistenza. (2) Mi si perdoni, alla fine, questo buffo articolo. Ma gli stereotipi sono sempre tra di noi e con noi e, a volte, come i confini netti sulla carta geografica, diventano anche distanza mentale, dimenticando come la storia abbia unito, per secoli, territori che oggi ricadono in Stati diversi e che si somigliano ancora in quanto figli dello stesso ceppo . L’immagine di copertina è solo evocativa di una realtà geografica inesistente ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore relative all'ironia con cui è stato scritto l'articolo. (1) Feuille d’avis de Sion, Savièse, et des districts de Conthey, Hérens et environs , 15 marzo 1924. (2) Le Nouvelliste , 6 settembre 1924.

Il vescovo di Aosta fatto prigioniero a Siena (1535) Nella prima metà del Cinquecento il Ducato di Savoia , perno tra area mediterranea e mondo imperiale, si trovò esposto alle armate francesi, all’avanzata svizzera nei territori alpini e alla pressione imperiale. In questo scenario di guerra la Valle d’Aosta mantenne la propria integrità e, grazie a trattati di neutralità stipulati con le potenze, evitò l’occupazione. In questo contesto, nel 1535, il vescovo di Aosta Pietro Gazino , uomo di fiducia del duca Carlo III di Savoia, partì per Roma con un incarico preciso: trattare con il pontefice. (1) Paolo III guardava con attenzione allo spazio alpino e vedeva nel Ducato di Savoia un possibile punto di raccordo con i cantoni cattolici svizzeri, nella prospettiva di contenere l’espansione della Riforma e, se possibile, di ricondurre sotto l’autorità romana territori ormai passati al protestantesimo, come Ginevra. Il viaggio di Gazino si svolse lungo percorsi difficili. Quando la delegazione giunse nel territorio della Repubblica di Siena , il convoglio fu intercettato e il vescovo venne catturato dal cavaliere Alfonso Malvezzi, capitano e uomo d’arme al soldo della Repubblica, appartenente a una famiglia bolognese e attivo in quegli anni nelle file militari senesi, dove aveva trovato impiego dopo il bando dalla propria città. La condizione per riottenere la libertà fu il pagamento di un riscatto di settanta scudi . Gazino non poté che pagare e proseguì verso la Città Eterna. Giunto a Roma, il vescovo di Aosta denunciò quell’atto e presentò querela contro il capitano Malvezzi. Carlo III, attraverso il Consiglio Privato, intervenne presso la Repubblica di Siena chiedendo una riparazione per l’offesa arrecata alla propria autorità e alla dignità del rappresentante inviato al pontefice. La risposta tardò, forse anche perché il conte Malvezzi era apprezzato dall’imperatore Carlo V. (2) Carlo III fece allora seguire un nuovo intervento, più deciso, accompagnato dalla minaccia di catture e rappresaglie nei confronti dei cittadini senesi presenti nei territori sabaudi. Della conclusione non si conosce nulla , se non che Gazino rientrò verso Aosta, dove lo aspettavano altre missioni, meno apostoliche e più politiche. Colpito da una febbre violenta, morì ad Anversa il 22 maggio 1557, dopo aver portato a termine l’ultima missione sulla guerra nelle Fiandre affidatagli dal duca presso il re di Spagna. (3) In quegli anni il compito di uomini come Pietro Gazino sembrò ormai appartenere più alla diplomazia che alla predicazione. Guerre, trattative e rapporti tra le corti occuparono gran parte dell’azione dei grandi prelati, mentre la vita religiosa quotidiana rimase affidata soprattutto al clero locale. Anche per questo il vescovo di Aosta non partecipò al Concilio di Trento (1545-1563), pur governando la diocesi negli anni centrali della Controriforma. Le missioni politiche e diplomatiche affidategli dalla corte sabauda continuarono infatti a tenerlo lontano dalla dimensione strettamente ecclesiastica del proprio ministero. - Immagine di copertina: Ricostruzione evocativa dell’arresto del vescovo Pietro Gazino presso Siena durante il viaggio verso Roma nel 1535. Immagine generata su indicazioni storiche dell’autore. (1) Pt., Relazioni tra Siena e Casa Savoia in Miscellanea storica senese , I, febbraio 1893, n. 2, p. 20. (2) https://bbcc.regione.emilia-romagna.it/dettaglio-oa/?s_id=124356 (3) J.-A . Duc, Histoire de l’Eglise d’Aoste , VI, pp. 412-413.

I monumenti di Aosta e... la luna Nel maggio 1882 una commissione governativa giunse ad Aosta per visitare i lavori di restauro eseguiti alla Porta Pretoria. Ne facevano parte «MM. le Comm. Ariodante Fabretti, Charles Félix, Biscarra architecte à Crescentino, et Caselli professeur d’architecture» . Considerati i nomi, la commissione si collocava a un livello alto, con la presenza congiunta di competenze scientifiche, tecniche e amministrative. La visita fu abbastanza rapida e la sera successiva al loro arrivo i commissari ripartirono per Torino. Come suggerì la stampa dell’epoca: «On attend maintenant son rapport» . (1) La cosa dovette richiedere qualche tempo se, solo nel 1888, l’ingegnere Caselli consegnò il disegno di una pianta dettagliata della città di Aosta antica e moderna. Una grande mappatura a fogli distinti di tutte le zone del capoluogo valdostano; le tavole descrittive si rifacevano a lavori precedenti compiuti dall’architetto Carlo Promis. Al 1890 risale invece una relazione dell’architetto Mario Ceradini che fu pubblicata anche sui giornali locali. In sostanza il professionista ricostruiva la vicenda che portò la commissione a visitare la città nel 1882: la preoccupazione per l’abbandono del patrimonio artistico e la critica dei lavori eseguiti su alcuni di essi. Dichiarava Ceradini: «se poche regioni d’Italia possono vantarsi di possedere un tesoro di monumenti così intimamente legati alla storia e al carattere particolare del paese, ve ne sono anche poche che possano deplorare come essa l’abbandono nel quale questi monumenti sono lasciati, proprio da coloro che ne hanno preso possesso in nome della nazione e che dovrebbero e potrebbero intraprendere qualcosa per la loro conservazione» . La critica sui lavori di restauro fino ad allora intrapresi era, dunque, dura. Per sopperire a quella situazione la Commissione delle antichità e delle belle arti aveva approvato il progetto redatto dall’ingegner cavaliere Caselli di Crescentino, il quale ebbe occasione, nella primavera del 1888, di recarsi ad Aosta per conto del Ministero. Ceradini stesso collaborò alla parte riguardante le misure e i disegni di quel progetto. Un progetto di riordino di ampio respiro che prevedeva anche quattro circonvallazioni, dunque una revisione di parte della viabilità cittadina: «C’est un projet grandiose si l’on veut, mais en tous cas inspiré à des vues artistiques justes et à la considération que les monuments d’Aoste méritent réellement» . Gli interventi si concentravano anzitutto sulla Porta Pretoria, liberandola dalle costruzioni addossate e restaurandola. Non tralasciavano il recupero della cinta augustea, la copertura della Tour de Pailleron e il suo adattamento a spazio museale: «faire un musée des antiquités et des fragments éparpillés par la Ville» . Per l’Arco onorario, il Teatro e l’Anfiteatro non risultavano invece interventi immediati se non quelli legati alla conservazione e al decoro. Il piano, per quanto ben strutturato nella sua concezione e ampio nelle ambizioni, non trovò applicazione poiché il Ministero lo accolse sì, ma lo lasciò senza seguito. Ceradini giunse a commentare quella situazione con una certa amarezza e, nel criticare come il governo poco si interessasse alla Valle d’Aosta rispetto ad altre zone, dichiarò: «Nel fondo mi fa l’effetto di quel padre accomodante che promette la luna al figlio che gli chiede un soldo, soltanto per guadagnare tempo fino al momento in cui non gli darà più nulla» . (2) Se si abbandonava un grande progetto di riordino e riutilizzo, rimaneva la conservazione immediata che però non fu messa in atto negli anni che seguirono. Nel frattempo, indicava Ceradini, era necessario fermare il degrado, facendo anche pressione sui valdostani e sulla stampa locale: «Cependant il faut bien, si la population a quelque affection pour ces vieux ancêtres de pierre et si l’inspecteur des monuments ne dort pas aussi lui, il faut bien, dis-je, que l’on fasse quelque chose. Et la presse locale et l’Inspecteur des monuments et tous ceux qui aiment les vieilles gloires de leur pays doivent se mettre d’accord là-dessus pour demander, même peu pour le moment, mais demander avec insistance, jusqu’à ce que l’on obtienne quelque chose. Ce peu suffira au moins pour relever le sentiment de considération que l’on doit avoir pour ces vestiges de la domination romaine et pour les défendre en partie contre leurs trois pires ennemis: leur âge, l’œuvre du temps et l’indifférence des hommes ». (3) Come si può vedere dal particolare del teatro romano, la tavola ottocentesca restituisce bene il tentativo di rilettura della città romana, pur mostrando alcune interpretazioni allora ancora incerte. Il teatro, infatti, appare orientato verso est e con una pianta parzialmente modificata rispetto alla configurazione reale. Teatro romano di Aosta, particolare tratto dalla mappa dell'ingegner Caselli (1888); proprietà dell'autore. (1) Feuille d’Aoste , 10 maggio 1882. (2) «Mais il n’est certainement pas en harmonie avec les dispositions financières du gouvernement, ni à ses dispositions politiques vers cette région, dispositions pour lesquelles on dépense tant d’or pour d’autres monuments. Dans le fond il me fait l’effet de ce papa accort qui promet la lune à son fils qui lui demande un sou, tant pour gagner du temps jusqu’à ce qu’il soit possible de ne plus lui donner rien du tout. Il le fourbe, dans ce cas, ce fut le Ministère, lequel laissa faire ces propositions, les accepta et… les mit de côté» . (3) Le Valdôtain , 5 e 12 marzo 1890.

La campana sgrammaticata del Saint-Bénin di Aosta Ad Aosta, in un angolo del centro città, presso l’ex collegio di Saint-Bénin, esiste un campanile - ormai inghiottito dal traffico e quasi celato da alti alberi. La slanciata torre romanica era stata costruita quando il complesso era abitato dai Benedettini e vide passare i secoli prima di rimanere totalmente muta. Un tempo diffondeva il suono di tre campane, fuse e rifuse per dar vita ad altre campane, via via più adatte a battere i ritmi dei giorni. Sul bronzo della maggiore, datata 1621, il fonditore incise una lunga iscrizione latina: « m. d. d. m. de bosa vice vallis avgvste patrinvs et dd. maria magdalena eivs vxor + ihs. mar. matrina r.p.e. andreas vallerivs gvardianvs st.i francici avgvste 1621» . Peccato che, nel comporre la scritta, l’artigiano si sia fatto prendere un po’ la mano - «était un peu distrait» . (1) Dimenticò, per esempio, il termine «ballivus» (balivo) dopo vice. In quel tempo, infatti, il nobile Michel de Bosses ricopriva la carica di vicebalivo di Aosta. E che dire poi del Reverendo Padre Guardiano del convento di San Francesco di Aosta, che veniva nominato come madrina al posto della signora de Bosses? Errori di ordine e di punteggiatura, evidentemente. A quanto pare, nessuno si scandalizzò troppo: ormai il gioco era fatto e non si potevano affrontare ulteriori costi. Le campane, dopotutto, servivano a chiamare alla preghiera - non agli esami di storia, se si vuole ricorrere a un linguaggio che richiama quello delle leggende, anche se si tratta di storia vera. Le altre due sorelle, più piccole, ebbero destini diversi. Una venne rifusa più tardi, nel 1762, all’epoca dei Barnabiti, con un’iscrizione ordinatissima: «carolam franciscam salesiam nominavere rr. pp. barnabitae collegii avgvstensis a.d. mdcclii l. antonius silvent fudit» . (2) L’ultima, la più piccola, dedicata alla Santa Vergine, portava la data del 1774: «sancta maria ora pro nobis 1774» . (3) Quelle campane, errori o meno, fecero il loro dovere a lungo e suonarono… a dovere. Resistettero a tutto: perfino alla furia napoleonica che tramutò in armi la maggior parte delle campane valdostane. Resistettero alle grandi guerre. E resistettero, e resistono ancora, al lungo silenzio che le ha avvolte, mentre il complesso cambiava funzione. Sono dunque ancora al loro posto. Cuore fermo di quella torre che si nasconde sempre di più nella città moderna. E quegli errori - oggi - non contano più: tornano piuttosto a far ricordare quel complesso storico, se li si guarda senza ironia e con quella curiosità tipica di chi vuole capire. La storia passa anche attraverso piccoli aneddoti. Preziosi. Particolare del campanile di Saint-Bénin, Aosta. Foto di proprietà dell'autore. (1) «Il Magnifico Signore messer Michel de Bosses, vicebalivo della Valle d’Aosta, padrino, e la nobile Maria Maddalena, sua moglie + IHS. MAR. Madrina Il reverendo padre Andrea Vallerio, guardiano di San Francesco di Aosta. 1621». J.-M. Albini, Mémoire historique sur Philibert Albert Bally évêque d’Aoste et comte de Cogne au dix-septième siècle , p. 142. (2) «I reverendi padri Barnabiti del collegio di Aosta la chiamarono Carola Francesca Salesia. Nell’anno del Signore 1762. La fuse Antonio Silvent». (3) «Santa Maria, prega per noi. 1774».

La contessa d’Aosta, principessa d’India Negli anni Venti del Novecento una vicenda giudiziaria francese ebbe ampia eco sulla stampa. Ad Agen, nel Lot-et-Garonne, nel 1925, Dinorah Galou - nata Coarer - comparve davanti alla Corte d’assise con accuse gravi: «trafiquante d’enfants» , sottrazione di minori, simulazione di maternità. Nel procedimento fu coinvolto anche il marito, medico. I giornali si soffermarono subito sulla figura della donna. «Avec quelle curiosité attendait-on l’instant de voir cette femme étonnante…» . La descrissero con tratti quasi caricaturali: «un grand chapeau cloche… un visage… qui fait songer à une fée Carabosse» . In aula teneva le mani sul banco e stropicciava il fazzoletto con cui si era appena asciugata le lacrime; poi si voltò verso la sala e mandò baci, mentre dal banco dei testimoni la madre le rispose, con accanto una delle bambine sottratte. Durante il processo emersero anche i nomi che aveva utilizzato nella vita per nascondere la propria identità. Maud Sanderson, «parente et doublure de la cantatrice» ; Loti; Marthe de Kervolen; Mme Germot. Si disse scrittrice, segretaria di «grands hommes» , «docteur en médecine» , artista, giornalista; in carcere, «prisonnière politique» . La stampa la «suppose livrée aux stupéfiants» . In quella sequenza di fatti, nomi e situazioni comparvero anche due titoli: «princesse des Indes» e «comtesse d’Aoste» . (1) Erano titoli inesistenti, costruiti per sembrare credibili. “Aosta” offriva un riferimento geografico preciso, meno costruito dell’esotica «princesse des Indes» . Rimandava ai Savoia, al Regno d’Italia, forse anche ad Amedeo, duca d’Aosta, per breve tempo re di Spagna tra il 1870 e il 1873. Questo intreccio di nomi, storie e assonanze poteva confondere, ma in aula non resse. Il titolo di conte d’Aosta, del resto, era esistito. In passato fu attribuito anche al vescovo di Aosta, su basi poi rivelatesi fragili; apparteneva invece alla casa di Savoia. I Challant, in Valle d’Aosta, portarono la viscontea e nel 1295 la cedettero ai Savoia. Pochi decenni più tardi, la Valle d’Aosta fu riconosciuta come ducato. In aula non fu questo groviglio araldico a essere chiarito; fu liquidato per ciò che era: il suono di una moneta falsa. Il resto riguardava altro: le sottrazioni di minori, le false maternità. La sentenza fu pronunciata nel 1925 e condannò la donna a quattro anni di reclusione. Tutto fu chiarito. Anche la «comtesse d’Aoste» scomparve con il resto delle identità assunte da Dinorah Galou. Il titolo “d’Aosta”, quello reale, restò nel nome del ramo cadetto dei Savoia: i duchi d'Aosta. L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) L’impartial , 30 maggio 1925.

Valdostani, non è colpa nostra se siamo belli! Nella Valle d’Aosta settecentesca il gozzo - o cretinismo - era una malattia diffusa. Nel 1751 un viaggiatore - Seyssler - attraversò la Valle e lasciò una scena curiosa. Più che un aneddoto, quasi una leggenda. Durante una Messa, i fedeli si distrassero dall’entrata in chiesa di una donna. Una straniera che attirò gli sguardi di tutti. Oltre alla bellezza e all’eleganza, la turista presentava un collo liscio, privo di tumefazioni. Il curato intervenne dal pulpito: «Mes chers frères, ne nous enorgueillissons pas des agréments physiques que Dieu a bien voulu nous accorder et qu’il a refusé à d’autres» (fratelli, non dobbiamo inorgoglirci della bellezza che ci ha dato Dio e che è stata rifiutata ad altri). (1) La Valle d’Aosta non rappresentava, del resto, un’eccezione isolata, anche se giornali e cronache esterne insistevano nel farne oggetto di scherno, spesso con toni caricaturali. «Crétins, à la rescousse!» ironizzava «Il Fischietto» il 22 giugno 1850, oppure «Aoste, ville au site délicieux, mais mon Dieu! quels habitants! - têtes livides de crapauds, gorges en besaces!» ( «Le Figaro» , 26 settembre 1861). Il fenomeno interessava in realtà un’area molto più ampia, estendendosi lungo l’intero arco alpino e oltre. Proprio in Valle d’Aosta, nel corso dell’Ottocento, la sua diffusione sollevò interrogativi più precisi. Due vallate ai piedi del Monte Rosa - la valle d’Ayas e quella di Gressoney - presentavano condizioni che, a prima vista, apparivano analoghe: esposizione, presenza di acque correnti, ventilazione. Eppure i risultati divergevano in modo evidente, poiché nella prima il gozzo risultava largamente diffuso, mentre nella seconda appariva quasi assente. Si cercò allora una spiegazione nella natura dei terreni, distinguendo tra scisti verdi e granito, ipotesi che suggeriva una possibile pista interpretativa, senza tuttavia riuscire a fornire una risposta definitiva. Ancora agli inizi del Novecento la malattia non era scomparsa, e continuava a suscitare l’interesse di studiosi e osservatori, che ne cercavano le cause nelle condizioni ambientali - l’umidità, l’altitudine, le abitudini di vita. Le osservazioni, però, finivano per complicare il quadro, mostrando come il gozzo potesse manifestarsi anche a quote basse e in contesti molto diversi tra loro. Progressivamente emerse una spiegazione più solida: il ruolo determinante era svolto dalla carenza di iodio nell’alimentazione. In risposta a tale mancanza, la tiroide aumentava di volume e, nei casi più gravi, soprattutto nei bambini, le conseguenze si estendevano allo sviluppo fisico e cognitivo. Alla luce di questa acquisizione anche le differenze tra vallate vicine trovarono una loro coerenza, poiché variazioni locali nelle acque, nei terreni e nella dieta risultavano sufficienti a produrre esiti differenti. Su queste basi, nel corso del Novecento, il fenomeno iniziò progressivamente a ridursi: l’introduzione del sale iodato, una dieta più varia e una crescente attenzione medica modificarono in tempi relativamente brevi un quadro che per secoli era apparso quasi immutabile. Plinio il Vecchio lo aveva già scritto: «Nil utilius sole et sale» (nulla è più utile del sole e del sale). L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Le Franc-Montagnard , 13 maggio 1911.

Un vino valdostano degno di un r e Nell’autunno del 1910 - riportava il giornale elvetico «La Tribune de Genève» del 30 settembre - il re d’Italia era partito per una battuta di caccia in Valle d’Aosta. Sua Maestà, accompagnato da una sola guida, decise di staccarsi dal suo entourage e di proseguire in libertà, muovendosi con passo rapido. Il lungo andare tra pendii e sentieri, l’aria sottile e il passo sostenuto finirono però per mettergli sete. Vittorio Emanuele III scese allora poco più a valle e raggiunse una locanda. Una breve sosta ristoratrice non poteva che restituirgli nuove energie. Si accomodò con la sua guida e chiese da bere. L’oste gli servì un vino piuttosto mediocre. Il sovrano lo assaggiò e domandò se non ve ne fosse uno migliore. Il proprietario, senza esitazione, rispose: «Certamente, signore, ne ho di ottimo, ma è un vino per re e non per poveri diavoli come voi.» Vittorio Emanuele tacque. Bevve, lasciando scendere il vino senza aggiungere parola. Qualcosa, tuttavia, non gli andava certo giù, pur senza mostrarsene offeso. Poche ore dopo inviò un domestico in livrea di casa Savoia a chiedere all’oste alcune bottiglie del suo «celebre vino da re». L’oste fece la consegna, come richiesto. Una cosa, però, continuava a non essergli chiara. Si chiedeva come la fama del suo buon vino fosse giunta fino alle orecchie nientemeno che del re d’Italia. L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore.

L’ufficializzazione del francese in Valle d’Aosta Il Conseil des Commis usò fin dal 1536 il francese nei verbali e nelle deliberazioni, con qualche breve alternanza iniziale col latino. Non solo da secoli il volgare era intriso nel tessuto culturale valdostano, ma da tempo il francese era divenuto il linguaggio impiegato alla corte sabauda nella corrispondenza, nella diplomazia e nei trattati, come mostrano, per esempio, le lettere di René de Challant degli anni precedenti, redatte in un francese pienamente maturo e di registro elevato. Il francese entrò così come lingua veicolare nell’amministrazione della Valle d’Aosta, scelta che precedette di alcuni anni analoghe decisioni in altri contesti europei e che assunse un rilievo decisivo per la sua identità culturale presente e futura. La Francia, per esempio, lo avrebbe adottato in via normativa nel 1539, con l’ordinanza di Villers-Cotterêts promulgata da Francesco I. Al rientro dei Savoia nei loro domini dopo la guerra si colloca l’editto di Rivoli del 1561, che riconosce e rafforza una situazione già in atto: “Facciamo sapere che essendo stata, da sempre, la lingua francese, nel nostro paese e ducato di Aosta, più comune e più generalizzata di ogni altra […] dichiariamo volere che in detto paese e ducato di Aosta nessuno abbia ad usare […] un’altra lingua che non sia il francese”, pena la nullità degli atti e sanzioni pecuniarie. Nel corso dei decenni successivi emersero tuttavia tensioni legate all’efficacia del francese nei rapporti con gli apparati superiori e giudiziari dello Stato sabaudo. Questo elemento appare nelle deliberazioni del 1572-1573, quando il Conseil des Commis sembrò voler tornare indietro nelle sue scelte e chiese al duca di «permettre que tous escriptz et proces […] soyent escriptz et couchez en latin comme souloient estre au paravant et de toute antiquité», motivando la richiesta con la «confusion de langaiges» e con il fatto che «le langaige patoys dudict pays n’est entendu par lesdictz illustres senatz». L’espressione non rimanda al francoprovenzale, ma al francese, non pienamente intelligibile nei circuiti giudiziari più alti, mentre «le lattin est universellement entendu». Il ricorso al latino avrebbe dunque facilitato la comunicazione giuridica all’interno dello Stato, poiché presso il Senato di Piemonte - «par deuant lequel ressortent la pluspart des causes par appel» - «nentend souuentesfois ledict langaige et par ce les parties se treuuent frustres de leurs droictz» (“non intendendo sovente la suddetta lingua e per questo le parti si trovano private dei loro diritti”). (1) La risposta ducale fu però netta: «neant» (Torino, 19 dicembre 1572), sancendo il rifiuto di un ritorno al latino negli atti giudiziari. La linea fu ribadita pochi anni dopo: nel 1578 Emanuele Filiberto, informato che in Valle d’Aosta venivano talvolta pubblicati editti provenienti dai suoi funzionari e redatti in lingua italiana, intervenne vietandone la diffusione e imponendo che ogni atto fosse autorizzato e «redatto in francese e non in italiano», affinché risultasse comprensibile alla popolazione del Pays: «Che sia chiaro una volta per tutte che non sarà permesso a nessuno […] pubblicare […] alcun editto […] se non […] redatti in francese e non in italiano, in modo da essere compresi da chiunque». Alcuni funzionari sabaudi tendevano infatti a introdurre l’italiano negli atti, utilizzando una lingua che restava estranea agli abitanti. Da quel momento la lingua francese in Valle d’Aosta continuò ad essere usata per secoli, difesa dai valdostani e contestata dall’esterno, attraversando il tempo e le trasformazioni politiche e sociali senza mai uscire dalla vita del Pays. Immagine di copertina: particolare di una carta del 1749. (1) E. Bollati, Le Congregazioni dei Tre Stati della Valle d’Aosta , vol. I.

Due donne valdostane e la 2 a guerra mondiale Quella sera ad Aosta un uomo, con scarponi da sci e giacca di velluto, suonava una fisarmonica davanti al cinema, dove si proiettava George Formby in «I Want to Fly» . All’interno una folla di soldati applaudiva. Rideva alle battute e all’ukulele dell’attore, riportando per qualche momento gli spettatori alla loro lontanissima America. In strada, chi era rimasto fuori, soprattutto valdostani, ballava allegramente cercando di tenere i ritmi dello swing portati dagli americani sulle Alpi. La guerra era finita da pochi giorni e gli inviati, abbandonate le cronache del conflitto, si concentrarono anche su vicende regionali, su figure prettamente locali. Uno di questi quadri fu dipinto a parole il 22 maggio 1945 da James Cooper, inviato del «Daily Express» , che titolò il suo pezzo «Due donne guidano una guerra» . In quella Valle d’Aosta descritta al giornalista britannico come un «paradiso di frutteti di pesche e fiumi azzurri» si consumò in realtà uno scenario complesso. Un momento cerniera, destinato a incidere sul futuro della regione. Idee diverse si confrontarono sul destino valdostano. Indipendenza, Svizzera, Francia, Italia. Cooper scrisse che «un tunnel attraverso il Monte Bianco» avrebbe favorito il passaggio alla Francia, sostenuto da una parte della popolazione. Annotò anche un’altra linea, più diffusa tra la gente: una forte autonomia, sostenuta tra gli altri dal Comitato di Liberazione piemontese, che aveva promesso il «ripristino dell’insegnamento del francese nelle scuole» . In mezzo a tutto - e ai «carri armati americani che stavano rombando attraverso questa piccola città incorniciata dalle montagne per mantenere l’ordine» - Cooper mise in evidenza anche l’azione di due donne, due partigiane, dentro un quadro che la memoria ha spesso restituito come esclusivamente maschile. Marie-Céleste Perruchon (1) - vedova di Émile Chanoux, (2) figura segnata dal sacrificio della Resistenza ( «ucciso dai fascisti un anno prima» ) - e Maria Ida Viglino. (3) Insegnante. Nome di battaglia: «Piera» . I loro nomi emersero nelle pagine di allora. Accanto a loro, è bene sottolinearlo, moltissime altre donne contribuirono in modo determinante alla lotta di liberazione dalla follia nazifascista. E mentre, come riportava Cooper, «il maggiore Ernest Sowell, di Penrith, Glamorgan, commissario alleato, dichiarò che la valle sarebbe rimasta italiana fino alla conferenza di pace» di Parigi, gli sviluppi presero una direzione precisa. Il 7 settembre 1945 la Valle d’Aosta fu dichiarata autonoma da Umberto di Savoia. La Repubblica italiana ne riconobbe lo statuto speciale il 26 febbraio 1948. Autonomia valdostana di donne e di uomini. Immagine di copertina: arta tratta dal giornale «Daily Express» del 22 maggio 1945 e rielaborata. (1) Marie-Céleste Perruchon (Valsavarenche, 1911-Aosta, 2002). (2) Emile Chanoux (Valsavarenche, 1906-Aosta, 1944). (3) Maria Ida Viglino (Gignod, 1915-Aosta, 1985).

I capelli di una donna al servizio della Valle d’Aosta Può sembrare una storia di cappa e spada, di quelle che dalle pagine dei libri passano alle pellicole cinematografiche. Eppure ciò che segue appartiene interamente alla cronaca. Nel 1553, quando i domini sabaudi furono travolti dalle invasioni francesi - mosse dal tentativo di spezzare l’accerchiamento imperiale che stringeva la Francia - René de Challant, conte e maresciallo, luogotenente del Ducato di Savoia e figura eminente della Valle d’Aosta, fu fatto prigioniero. La Valle, in mezzo al conflitto, era rimasta preservata, quasi indipendente, terra neutrale. Ma Challant, che di quella realtà era espressione diretta, si trovava a Vercelli - divenuta nuova capitale sabauda - impegnato nella difesa della piazza. Il 18 novembre 1553, «fut une journée fatale pour le comte de Challant» . I francesi assediavano la città. Dopo aver messo in rotta la guardia, l’allarme giunse alle caserme; il signore di Châtelard accorse presso il conte. René, «n’écoutant que son courage» , si pose alla testa dei suoi uomini e si gettò sull’assalitore. «Dès le premier choc» , fu fatto prigioniero, mentre il signore di Châtelard veniva ucciso quasi nello stesso momento. Era stato «preso colle armi alla mano in una piazza di guerra coperta dalle bandiere di Spagna e di Savoia» . All’inizio tentò di far valere altri elementi: i suoi legami con territori svizzeri, la sua origine valdostana, che lo avrebbe collocato in una condizione di neutralità. Attraverso intermediari si rivolse anche al re di Francia, sostenendo che la cattura fosse avvenuta «contre le droit des gens» . Ma la risposta fu netta: chi combatte sotto una bandiera nemica, con le armi in pugno, è uomo di guerra. L’immunità decade. Il re di Francia respinse la richiesta. Tuttavia riconobbe la particolarità del paese, dichiarando che tutti «ceux de la ditte val d’Aoste» sarebbero stati rispettati in quanto provenienti da una terra neutrale. (1) René, prigioniero del maresciallo de Brissac, venne condotto al castello di Torino, al Valentino, e vi rimase per due anni «soumis à une sévère vigilance» . «Tristes péripéties de la guerre! Le courage, s’il n’est joint à la prudence, n’aboutit qu’à un effroyable désastre» . (2) Fu in quei primi momenti di reclusione che tentò un’altra via: la fuga. Riuscì a guadagnarsi la complicità della moglie di un soldato addetta alla cucina e a lei chiese aiuto. Aveva necessità di corrispondere con il capitano Cesare Maggi, che comandava il presidio di Volpiano (Torino), uomo ligio alla Spagna, stratega e scaltro. La lettera annunciava che aveva trovato un modo per uscire di prigione e chiedeva supporto. La donna andò e tornò due volte. Rischiò, attraversò i controlli, passò. Alla terza volta, qualcosa cambiò: una spiata, un controllo più attento, un gesto di troppo. Fu scoperta e arrestata. La punizione fu dura. Lei e il marito furono condotti al supplizio sotto gli occhi del prigioniero, proprio davanti alle finestre della sua stanza. Dopo quell’episodio la sorveglianza si fece ancora più serrata. (3) Forse fu trasferito a Parigi. (4) La libertà arrivò solo due anni più tardi, al prezzo di 30.000 scudi d’oro. Per farvi fronte, René impegnò beni e territori: Ussel e Saint-Marcel furono dati in pegno al capitano Madruzzo di Trento, mentre altri possedimenti vennero alienati. Rientrato, riprese immediatamente il proprio ruolo e tornò a proporre trattati di neutralità per la Valle d'Aosta con le varie potenze. (5) In mezzo a tutto, resta un’immagine semplice: quelle lettere nascoste tra i capelli della donna. Con quell’atto si chiudevano scene di castelli, armi, insegne, uomini e si apriva una figura femminile. Una donna del popolo, la cui storia non compare nella storia ufficiale. Neppure un nome. Una donna che portò messaggi, rischiò. La sua azione avrebbe potuto riportare subito il nobile alla guida della Valle d’Aosta e degli interessi di Savoia. Invece pagò per tutti. Restituiamole, in qualche modo, la memoria. L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) J.-A. Duc, Histoire de l’Eglise d’Aoste , V, pp. 394-395. (2) Ib. , V, pp. 384-385. (3) Miscellanea di Storia Italiana , tomo V, Torino, 1867, p. 669. (4) G. Fornaseri, Le lettere di Renato di Challant, Governatore della Valle d’Aosta, a Carlo II ed a Emanuele Filiberto , p. 135. (5) J.-A. Duc, op. cit. , p. 402.