Il Cantès di Épinel e le voci che ricordavano i morti
Il Cantès di Épinel e le voci che ricordavano i morti
Il 1° novembre, a Épinel, villaggio di Cogne, i giovani saliranno ancora una volta sul campanile della cappella dei santi Fabiano e Sebastiano per far risuonare a lungo le campane e lanciare caramelle ai bambini raccolti sul prato sottostante. È il Cantès, una tradizione che conserva gesti e consuetudini di un passato del quale si è in parte perduta la memoria. Di questa usanza avevo già raccontato alcuni aspetti in un precedente articolo.(1)
Fino a qualche generazione fa, infatti, la festa aveva un seguito che oggi è scomparso. Dopo una cena conviviale, allo scoccare della mezzanotte, i giovani percorrevano le vie del villaggio suonando una campanella e fermandosi davanti alle abitazioni. Nel silenzio della notte intonavano una sorta di cantilena, invitando chi dormiva a svegliarsi e a pregare per i defunti: «Aux gens qu’ils dorment, reveillez-vous, priéz pour les pauvres âmes, qu’un jour viendra priérons pour vous: avez-vous entendu?».
Il richiamo ricordava agli abitanti che un giorno anche loro avrebbero avuto bisogno delle preghiere dei vivi. La domanda conclusiva veniva ripetuta finché qualcuno, dall’interno della casa, rispondeva affermativamente.
È proprio questa cantilena a condurci lontano da Épinel, verso un insieme di tradizioni che un tempo erano diffuse in diverse regioni europee e che oggi sopravvivono soprattutto nelle testimonianze raccolte dagli studiosi.
Nell’Alta Valle di Susa, per esempio, esisteva una consuetudine conosciuta localmente anche come «Arvilhaou», dal francese «Réveillez», ossia «svegliatevi». Nella notte dei morti i giovani percorrevano il villaggio, talvolta alla luce di una lanterna, mentre altri si alternavano nel suono delle campane. Davanti alle case intonavano un richiamo che cominciava con parole sorprendentemente vicine a quelle di Épinel: «Réveillez-vous gens qui dormez».
A Fenils, presso Cesana Torinese, la somiglianza era ancora più marcata. Terminato il canto, i giovani chiedevano «Aviou entendù?», attendendo una risposta dagli abitanti, proprio come accadeva a Épinel. Le testimonianze raccolte nel Novecento ricordano anche la raccolta di alimenti destinati a finanziare una cena comune, mentre altri ragazzi si alternavano sul campanile a suonare a morto.
A Claviere e a Sauze d’Oulx il rito assumeva forme differenti. Potevano essere uomini avvolti in mantelli scuri, muniti di lanterne e campanelle, oppure giovani che recitavano il «Miserere» davanti alle abitazioni. In alcune località, il compito era stato affidato anche ai membri delle confraternite religiose.(2)
Ma le testimonianze conducono anche oltre le Alpi. Nel 1849, il parroco di Villar-d’Arène, nel Delfinato, descrisse una consuetudine molto simile: dopo le funzioni di Ognissanti, le campane suonavano a morto e, al calare della sera, alcuni confratelli percorrevano il paese cantando il «Réveillé». Ricevevano vino, pane e formaggio, che contribuivano alla convivialità della notte.(3)
Nel Forez e nel Velay, ancora nell’Ottocento, analoghi richiami notturni erano accompagnati da una risposta pronunciata dall’interno delle case. Il «réveilleur» poteva servirsi di una campanella oppure battere con un bastone per destare gli abitanti, invitandoli a ricordare i defunti e l’inevitabilità della propria morte.(4)
Queste somiglianze potrebbero rappresentare trasformazioni locali, frammenti o relitti di pratiche un tempo più diffuse, nelle quali si intrecciavano la commemorazione dei morti, la partecipazione dei giovani, il suono delle campane e la convivialità. Ogni villaggio avrebbe così conservato alcuni elementi, modificandone altri nel corso del tempo.
La formula del «Réveillez», del resto, è attestata nella lingua francese almeno dalla fine del Seicento, quando Antoine Furetière ricordava nel suo «Dictionnaire universel», pubblicato nel 1690, l’abitudine di invitare durante la notte gli abitanti di diverse città a svegliarsi e pregare per i defunti. La figura del «réveilleur», incaricato di richiamare i vivi alla memoria dei morti, compare addirittura in una testimonianza del 1584. Sono riferimenti che permettono di riconoscere l’antichità del richiamo, pur senza stabilire quando sia giunto a Épinel.(5)
Rimane anche il mistero del nome Cantès. In passato pensavo al latino «cantharus», una coppa per bere, in relazione al vino che i giovani consumavano insieme sulla sommità del campanile. Ma il confronto con il «Réveillez» suggerisce un’altra possibilità: che il nome sia legato al canto o alla recitazione della formula notturna. Nel «patois» valdostano, del resto, «tsanté» significa cantare, un significato che trova un interessante riscontro nell’antica ronda notturna. Resta da verificare se esista anche un collegamento linguistico tra le due forme.
Nel frattempo, a Épinel, il Cantès ha continuato a vivere, pur perdendo la sua componente notturna. I giovani salgono ancora sul campanile, le campane risuonano e i bambini aspettano le caramelle. Forse varrebbe la pena di recuperare anche quel «Réveillez-vous», che per generazioni aveva risuonato nelle vie del villaggio, restituendo alla festa una parte della sua memoria.
- Immagine di copertina: un momento del Cantes (Epinel); foto di proprietà dell'autore.
(1)
www.caniggia.eu/il-cantes-e-il-ricordo-dei-defunti (2) R. Sibille,
«Il Memento mori del Chant de Réveillez in Alta Valle di Susa», pubblicato su Chambra d’Òc. Per Fenils si veda anche Marisa Elleon, «Toussen. Ognissanti»,
«Panorami», settembre-ottobre 2011, pp. 22-23. (3)
«Le Réveillé. Coutume de jadis», Freneytique, con trascrizione della testimonianza del parroco Rey del 1849. (4) G. Brizard,
«Le Réveillez en Velay et en Forez»,
«Revue de Folklore Français», gennaio-febbraio 1931, tomo II, pp. 19-22, sulla base del manoscritto di V, Smith; citato anche da R. Sibille. (5) A. Furetière,
«Dictionnaire universel», 1690, voce
«Réveiller»; G. Bouchet,
«Les Serées», prima serie, testimonianza del 1584, citata nel
«Dictionnaire historique» del CNRTL, voce
«Réveilleur».









