«Vendere» la Valle d’Aosta
«Vendere» la Valle d’Aosta
Quando nel 1861 fu proclamato il Regno d’Italia mancavano ancora il Veneto, sotto il dominio austriaco, e soprattutto il Lazio, territorio papale difeso dalla Francia. Napoleone III aveva favorito l’unificazione italiana, ma guardava con crescente preoccupazione a uno Stato destinato a diventare sempre più grande e potente.
Fu così che, oltre agli accordi diplomatici, cominciarono a circolare voci di trattative segrete tra Italia e Francia relative a compensazioni territoriali da offrire a Napoleone III in cambio dei territori sopracitati.
Si parlò di Sardegna, Liguria, isola d’Elba e terre piemontesi, ma soprattutto della
Valle d’Aosta. L’obiettivo di ottenere Roma e di elevarla a capitale valeva, per qualcuno, la rinuncia a qualche area del Regno.
La notizia arrivò immediatamente in Valle e il giornale valdostano «L’Indépendant» reagì con una frase che vale più di molte spiegazioni: «Les marchés des peuples sont toujours dégoutants au point de vue de la morale et de la saine politique».(1)
La reazione locale, tuttavia, fu più complessa. Il nuovo Regno aveva deluso molte speranze e la Valle si sentiva povera, periferica e dimenticata. La stampa arrivava a chiedersi provocatoriamente «Où la Vallée d’Aoste se trouve-t-elle située?», ricordando persino che durante il periodo napoleonico erano state migliorate le comunicazioni attraverso i colli alpini.(2) Le voci di cessione finirono persino nelle questioni più spicce: alla fine del 1864 diversi Comuni valdostani dichiararono di trovarsi in difficoltà ad anticipare le imposte dovute per il 1865 e uno di essi propose addirittura di attendere poiché, se il governo francese fosse succeduto a quello italiano in Valle d’Aosta, che cosa se ne sarebbe fatto delle quietanze per somme già versate?(3)
Anche la tanto attesa ferrovia Ivrea-Aosta finì dentro quel gioco. Proprio mentre circolavano le voci di cessione, il Parlamento sembrò finalmente interessarsi alla sua costruzione e «L’Indépendant» si domandò con malizia se si trattasse di «sincerità o bugia». Qualcuno, rincarando la dose, si chiedeva come potesse lo Stato investire denaro in una ferrovia destinata a una terra che sarebbe stata presto ceduta alla Francia.(4)
La questione rimase aperta ancora per alcuni anni, fino a quando lo scacchiere internazionale portò prima il Veneto, nel 1866, poi Roma all’Italia quattro anni dopo.(5) Il grande gioco delle compensazioni territoriali perse improvvisamente significato e la Valle d’Aosta restò dov’era.
Da qualche anno, però, aveva cessato di costituire una propria unità amministrativa: già Divisione e Provincia di Aosta, era stata addirittura declassata a circondario della Provincia di Torino.
Finiva quel momento, ma continuava, anzi aumentava, l’incessante sogno di autonomia amministrativa, filo principale di cucitura del libro della storia valdostana.
- Immagine di copertina: «La Sentinella delle Alpi», 14 ottobre 1864.
(1) «L’Indépendant», 20 ottobre 1864. (2) «Feuille d’Aoste», 13 dicembre 1864. (3) «Feuille d’Aoste», 20 dicembre 1864. (4) «L’Indépendant», 20 ottobre 1864. La linea Ivrea-Aosta sarebbe stata inaugurata soltanto nel 1886. (5) Approfondimenti: M. Caniggia Nicolotti, L. Poggianti, «Valle d’Aosta in saldo. Trattative segrete tra Italia e Francia per scambiare la Vallée con Roma e le Venezie» (2019).









