Seguire il gregge...

Mauro Caniggia Nicolotti • 23 gennaio 2023
Seguire il gregge...

Seneca (4 a.C.-65 d.C.), grande filosofo e politico romano, soleva dire che non c’è nulla di peggio che seguire, come fanno le pecore, il gregge di coloro che ci precedono, perché essi ci portano non dove dobbiamo arrivare, ma dove vanno tutti. Questa è la prima cosa da evitare.(1)

Una prova di tale asserzione, nei secoli diventata proverbio, si è verificata il 17 luglio 1900 sui monti di La Thuile.

Quel giorno d’estate, proprio nelle ore più calde della giornata, accadde un fatto curioso e drammatico.

Ai piedi della Torremotte, nella regione dei pascoli di Chaz-de l’air, si trovavano a brucare diciannove pecore di proprietà del sig. Léopold Collomb, custode della Cantine n. 2 che si trova lungo la strada del Piccolo San Bernardo.

All’improvviso una pecora si staccò dal gregge e decise di andare a pascolare altrove; trovò comodo spazio all’ombra di una grande roccia.
Fu così che, incuriosito o a semplice titolo di emulazione, un altro animale abbandonò il gruppo e raggiunse la “fuggitiva”.
Inutile dire che anche una terza decise di prendere la nuova via, poi una quarta e così via fino a quando l’intero gruppo cambiò indirizzo.
Mais il s’agissait de franchir un précipice imprévu et les pauvres bêtes étaient incapables de réflechir sur le danger.
Cosicché, davanti a quell’ostacolo imprevisto rappresentato da un precipizio, non ci fu più nulla da fare: la prima precipitò, la seconda anche, la terza pure... e via dicendo fino all’ultima.

Tutte le bestie avevano trovato la morte in fondo a quell’abisso.

Come per l’appunto scrisse un giornale dell’epoca: un fait qui confirme la vérité de ce proverbe est arrivé.(2)

Nell’altra nostra lingua, il francese, si usa anche l’espressione: suivre comme un mouton de Panurge. 
La citazione è letteraria,(3) ma il significato è lo stesso.


(1) Lucio Anneo Seneca, La felicità. (2) Le Duché d’Aoste, 25 luglio 1900. (3) F. Rabelais, La vie de Gargantua et de Pantagruel, Libro IV, cap. 7.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 28 ottobre 2026
L’inesistente castello valdostano di Sant’Anna La sera del 15 settembre 1871, verso le sette, Vittorio Emanuele II attraversò Aosta di ritorno dalla Valsavarenche, dove si era recato per la seconda volta in quell’anno a caccia di stambecchi. Non era una visita ufficiale e il sovrano, diretto a Torino, non si fermò neppure per ricevere le autorità cittadine. Fu così che il vescovo di Aosta, monsignor Jacques-Joseph Jans, accompagnato dal suo vicario generale, dovette avvicinarsi alla carrozza reale per presentargli i propri omaggi attraverso la portiera. Al saluto si unirono le autorità civili, come raccontò qualche giorno dopo il giornale «L’Indépendant» . (1) Il giorno seguente, alle 13.40, Vittorio Emanuele II raggiunse Torino, accompagnato dal colonnello Gaietti, dal marchese di Cocconato e dal commendatore Aghemo. Sembrava così concludersi una delle tante visite del Re alle riserve di caccia valdostane, ma il giornale aggiunse un’ultima notizia che merita di essere riletta. Un decreto reale, pubblicato nella «Gazzetta Ufficiale» del 15 settembre e datato 14 agosto, avrebbe stabilito che da quel momento il castello di Sarre si sarebbe chiamato «castello Sant’Anna»: «Un décret royal publié dans la gazette officielle du 15 7bre, portant la date du 14 août et signé du château de Sarre, porte qu’il s’appellera désormais le château de Sainte-Anne» . (2) La «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia» del 15 settembre 1871 pubblicò effettivamente un decreto firmato da Vittorio Emanuele II il 14 agosto precedente. Era il numero 421 della seconda serie della Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno, e riguardava una questione che non aveva nulla a che vedere con la Valle d’Aosta: l’inserimento di una strada nell’elenco delle strade provinciali di Grosseto. In fondo al provvedimento compariva però una formula che poteva aver provocato l’equivoco: «Dato al R. Castello di S. Anna, addì 14 agosto 1871». (3) Il castello di Sant’Anna non era altro che la residenza reale costruita nel Cuneese, a Sant’Anna di Valdieri, dove Vittorio Emanuele II aveva fatto realizzare pochi anni prima, cioè tra il 1864 e il 1865, una palazzina destinata ai soggiorni e alle battute di caccia. La notizia pubblicata dall’«Indépendant» sembra quindi essere nata da un’interpretazione errata della formula con cui si concludeva l’atto reale. Un piccolo quiproquo. Il castello restò quello di Sarre, nome storico che l’ultimo re d’Italia, Umberto II di Savoia, riprese quando, dopo la vittoria della Repubblica al referendum del 1946, si stabilì in Portogallo assumendo il titolo di «conte di Sarre». (4) - Immagine di copertina: il castello di Sarre in una cartolina d'epoca (particolare). (1) «L’Indépendant» , 21 settembre 1871. (2) «Ivi». (3) «Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia» , n. 252, 15 settembre 1871, p. 1, regio decreto 14 agosto 1871, n. 421. (4) «Le Confédéré» , 18 giugno 1946.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 26 ottobre 2026
«Mi venderebbe le vetrate della Cattedrale di Aosta?» Dal lontano 1876 giunge ad Aosta una lettera irricevibile. Un uomo, le cui generalità sfuggono, ma certamente un commerciante di oggetti antichi nella zona di Torino, cercava per un certo affare l’autorizzazione del canonico Édouard Bérard (1825-1889), che aveva già avuto modo di incontrare ad Aosta. L’uomo infatti era stato in Valle poiché, come ricordano le cronache, faceva parte di quelle persone che percorrevano in lungo e in largo la nostra regione con lo scopo di acquistare oggetti preziosi conservati negli edifici religiosi. In questo caso specifico, questo «chevalier d’industrie» , come venivano definiti simili «commercianti», insisteva con il religioso: «Quantunque il sottoscritto che ebbe l’onore di parlare con la S.V. in Aosta, circa gli oggetti antichi che ci sono nella Cattedrale», ricordando che il canonico era sempre stato assolutamente «contrario d’alienarli», con quella lettera credeva fosse «opportuno di rinnovarle la proposta se non altro, almeno per 12 finestre antiche» della Cattedrale risalenti ai secoli XV-XVI. Dopotutto, sosteneva l’uomo, si potevano rompere e lui era pronto a pagarle bene... (1) Bérard, oltre a essere uomo serio e onesto, era anche ispettore delle antichità per la Valle d’Aosta e la sua morale, la sua fede e la sua professionalità gli impedivano anche solo di pensare di cedere oggetti sacri o opere d’arte. Cosicché, le belle vetrate istoriate del Duomo di Aosta sono ancora al loro posto, sopravvissute a quasi cinque secoli e mezzo di storia e di “cavalieri” senza cavallo che hanno tentato di arrampicarcisi sopra. - Immagine di copertina: Interno della Cattedrale di Aosta. (1) Aosta, Biblioteca del Seminario Maggiore, Fondo Gal-Duc, VIII, 12.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 22 ottobre 2026
Aosta e l’uomo in barile Nella primavera del 1901, ad Aosta, c’era un uomo che combatteva quotidianamente contro un nemico difficile da sconfiggere: la polvere. Non disponeva di armi particolari, ma soltanto di una vecchia botte, con la quale percorreva piazza Charles-Albert, l’attuale piazza Chanoux, cercando di bagnare il terreno prima che il vento sollevasse fastidiosi nuvoloni di polvere. A raccontare la sua singolare battaglia fu il giornale «Jacques Bonhomme» del 24 maggio 1901, che salutò con una certa ironia la ricomparsa del «bonhomme au tonneau» , l’uomo con la botte, evidentemente un personaggio già conosciuto dagli abitanti della città e tornato in servizio con l’arrivo della bella stagione. All’epoca, quando le strade e le piazze non erano ancora asfaltate, la polvere rappresentava un problema tutt’altro che trascurabile, soprattutto nelle giornate ventose. Per limitarne gli effetti si ricorreva all’innaffiamento del terreno, un servizio che ad Aosta veniva svolto con un sistema piuttosto rudimentale. Possiamo immaginare il nostro uomo intento a trascinare o spingere un carretto sul quale era sistemata una botte piena d’acqua, munita probabilmente di un dispositivo per distribuirla sulla strada. Il problema era che, nonostante l’arrivo del nuovo secolo, nulla sembrava essere cambiato. Il giornale osservava infatti che l’unica miglioria apportata all’attrezzatura consisteva nell’aver ricoperto di catrame la vecchia botte, mentre il sistema d’innaffiamento continuava a essere in condizioni pietose. Il risultato era quasi comico: quando l’uomo riusciva finalmente a bagnare una parte della piazza, quella appena lasciata alle sue spalle era già asciutta. Il vento, insomma, lavorava più velocemente di lui, rendendo pressoché inutili tutti i suoi sforzi. Il giornalista, che sembrava provare una certa compassione per quel povero lavoratore, si domandava allora se fosse davvero impossibile inventare un sistema d’innaffiamento più efficace e meno primitivo. La critica, naturalmente, non era rivolta all’uomo, che faceva quello che poteva, ma all’amministrazione municipale, incapace di trovare una soluzione a un problema tanto semplice quanto fastidioso. Insomma, mentre l’uomo se ne andava in giro con il suo barile, l’amministrazione comunale sembrava proprio un pesce in barile.  Immagine di copertina: Piazza Chanoux; cartolina viaggiata nel 1913.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 19 ottobre 2026
Uno strano veicolo ai piedi del Monte Rosa La «locomotive Manzetti» , come veniva citata dai giornali valdostani e piemontesi degli anni 1869 e 1870, era una sorta di automobile che Manzetti aveva inventato nel 1864. Inizialmente il suo motore era a vapore, poi l’inventore si concentrò su altre forze, sperimentando benzina, ammonio, ecc. La novità è che per la prima volta si trattava di un veicolo leggero e capace di solcare le strade del normale traffico veicolare. Ma se queste notizie sono conosciute, è invece certamente una rarità quella secondo la quale il celebre birraio Anton Zimmermann (1803-1873), di Gressoney-Saint-Jean, nel 1872, come riportato dal giornale «L’Écho du Val d’Aoste» del 30 agosto, fu visto lungo la strada della valle del Lys, che collega Pont-Saint-Martin con Gressoney-La-Trinité, «soit jusqu’au pied du Mont-Rose» , alla guida di una vettura con «un genre de locomotion dont il est l’inventeur» . Una notizia purtroppo troppo breve per capire che cosa fosse quell’ «essai» e quale fosse la natura del veicolo e del suo sistema di movimento. La stampa di allora non riporta altro, lasciando un vuoto dietro a quell’evento. Forse Zimmermann fu ispirato dagli esperimenti fatti ad Aosta da Manzetti; certamente avrà studiato un mezzo di trasporto utile al trasporto delle sue famose birre, che produceva ad Aosta in via Xavier de Maistre, proprio a pochi passi da casa Manzetti.  - Immagine di copertina: cartolina viaggiata nel 1900: « Gressoney - San Giovanni. S. M. La regina sul Ponte del Lys ».
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 14 ottobre 2026
154 anni fa nascevano gli Alpini. E Aosta... Il 15 ottobre 1872 Vittorio Emanuele II decretò la fondazione del Corpo degli Alpini, inizialmente composto da quindici compagnie destinate alla difesa delle frontiere montane del Regno d’Italia. La nuova organizzazione militare interessava direttamente anche la Valle d’Aosta, tanto che il 1° novembre il giornale «L’Écho du Val d’Aoste» , sotto il titolo «Défense des Alpes» , ricordò la visita compiuta durante l’estate precedente da Bellati, un avvocato che aveva abbandonato la carriera forense per quella militare, diventando «lieutenant d’État-major» . Secondo il giornale, una o due delle nuove compagnie avrebbero potuto essere destinate al territorio valdostano. La previsione cominciò a prendere forma nei mesi successivi. Ad Aosta si cercò uno spazio idoneo per la caserma e il 1° aprile 1873, verso mezzogiorno, i primi Alpini fecero il loro ingresso in città. La compagnia contava circa 150 uomini, reclutati in buona parte nei paesi da Quart in su, cosicché per molti di quei soldati, almeno inizialmente, il servizio militare significava rimanere relativamente vicini a casa. La presenza dei nuovi soldati suscitò intanto l’interesse di altri paesi. Nel settembre 1873 il Consiglio comunale di Châtillon deliberò di chiedere una compagnia alpina, pensando certamente alla difesa delle montagne, ma anche ai vantaggi economici che una guarnigione avrebbe portato al paese. La richiesta si inseriva nell’ampliamento dei reparti alpini che l’Esercito stava già progettando e, nel dicembre dello stesso anno, il giornale annunciò che una nuova compagnia era in via di formazione a Châtillon, destinata ad aggiungersi a quelle di Aosta e Bard. Negli anni successivi l’organizzazione degli Alpini avrebbe conosciuto evoluzioni e cambiamenti, consolidando progressivamente il proprio ruolo nell’Esercito italiano. Era soltanto l’inizio di una lunga storia fatta di fatica, di guerre, di eroismo e, in tempi più recenti, anche di missioni di pace e di aiuto alle popolazioni. - Immagine di copertina: cartolina d'epoca. Fonti: «L'Écho du Val d’Aoste» , 1° novembre 1872; 17 gennaio, 21 e 28 marzo, 4 aprile, 18 e 25 luglio, 12 settembre, 31 ottobre e 12 dicembre 1873, 28 luglio 1879, 9 maggio 1884. «Le Patriote» , 2 maggio 1884.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 12 ottobre 2026
Il sole «impazzito» nei cieli di Aosta Nel luglio del 1847 una misteriosa foschia avvolse Aosta per cinque giorni, nascondendo quasi completamente le montagne, mentre il sole assunse un colore rosso intenso e fu accompagnato da insoliti fenomeni luminosi. La prima notizia comparve sulla «Feuille d’Annonces d’Aoste» del 15 luglio. Da qualche giorno il caldo era aumentato e la temperatura aveva raggiunto i 30 gradi, ma ciò che maggiormente stupiva gli abitanti era una sorta di vapore molto denso, comparso la mattina precedente, che nascondeva le montagne tanto da dare l’impressione di trovarsi nelle pianure d’Italia. Anche il sorgere e il tramontare del sole offrivano uno spettacolo straordinario, «au milieu des plus hautes montagnes des Alpes» . (1) La foschia persistette fino al 18 luglio, quando una leggera pioggia finì per dissiparla. Nel frattempo si erano verificati altri episodi, raccolti e descritti un mese dopo da Georges Carrel (1800-1870), canonico della cattedrale di Aosta e studioso di meteorologia. Carrel ricordò che nessuno, a memoria d’uomo, aveva mai osservato nella Valle d’Aosta un vapore atmosferico di quelle caratteristiche. Si domandò se potesse trattarsi di polvere sospesa nell’aria, di fumo proveniente dalle fornaci da calce o dagli altiforni, oppure di una nebbia umida. Considerò anche l’ipotesi di una nebbia secca, simile a quella che aveva interessato l’Europa nel giugno del 1783, quando il sole appariva rosso e privo di splendore. Quell’episodio era stato provocato dalla grande eruzione del vulcano islandese Laki, che aveva immesso nell’atmosfera enormi quantità di gas e particelle. (2) Nel caso del 1847, tuttavia, Carrel propendeva per una nebbia almeno parzialmente umida, sia per le indicazioni dell’igrometro e del barometro, sia perché il fenomeno si era concluso con una pioggia. Restavano però da spiegare gli straordinari effetti luminosi osservati intorno al sole. La mattina del 15 luglio alcune persone, dirette da Aosta al santuario di Plout, a Saint-Marcel, videro il sole nascente di un rosso intensissimo, tanto da poterlo fissare senza alcun fastidio. Era circondato da corone di colori differenti che sembravano ruotare ora in un senso, ora nell’altro, talvolta spezzandosi per poi ricongiungersi con grande rapidità. Carrel aggiunse, con una punta di ironia, che gli osservatori ne avevano tratto alcune conseguenze superstiziose. Ancora più sorprendente fu quanto raccontò il dottor Cristiani, che il 14 luglio stava tornando da Nus. Erano circa le sei del pomeriggio. Il cielo appariva sereno, qualche nube leggera velava appena le sommità delle montagne e i raggi del sole erano ancora chiari e vivaci. A un certo momento il medico abbassò lo sguardo per consultare l’orologio. Quando rialzò la testa, lo spettacolo era completamente cambiato. I raggi solari sembravano essersi spenti, senza che fosse sopraggiunta l’oscurità del tramonto. Davanti al sole appariva una sorta di corpo circolare, né trasparente né completamente opaco, leggermente più piccolo del disco solare, che sembrava ruotare con straordinaria rapidità, come uno di quei soli artificiali dei fuochi d’artificio che continuano a girare anche quando la miccia si è ormai consumata. Quel corpo non rimaneva fermo. Si abbassava, risaliva, si spostava a destra e a sinistra, lasciando scoperta una porzione del sole, che appariva di un arancione scuro e poteva essere osservato senza fastidio. Sotto i due dischi si distingueva inoltre una fascia di un bel violetto pallido, simile a una mezzaluna dalle estremità appuntite. Lo spettacolo terminò quando la cresta di una montagna nascose il sole. Carrel cercò di interpretare quelle osservazioni ricordando che gli aloni e le corone potevano derivare dall’interazione della luce con il vapore acqueo o con minuscoli cristalli di ghiaccio sospesi nell’atmosfera. Rimaneva però difficile spiegare il movimento degli anelli luminosi e concluse prudentemente: «Je suis loin d’avoir la prétention de vouloir expliquer tous les phénomènes que la météorologie nous présente» . Che cosa era dunque accaduto? Oggi sappiamo che polveri e gas prodotti dalle eruzioni vulcaniche possono essere trasportati nell’atmosfera per enormi distanze, velando il cielo e modificando il colore del sole. Nel 1847 erano in attività diversi vulcani, soprattutto in Indonesia, dove il Lamongan aveva eruttato fino alla fine di giugno. (3) Qualcosa di simile può verificarsi con i grandi incendi boschivi, come nel giugno del 2025, quando il fumo degli incendi del Canada attraversò l’Atlantico e raggiunse anche la Valle d’Aosta. Quanto alle corone colorate, potrebbero essere state prodotte dalla diffrazione della luce attraverso minuscole goccioline d’acqua sospese nell’atmosfera. Non sappiamo se nel luglio del 1847 la foschia avesse un’origine tanto lontana, ma le cronache ci hanno conservato la testimonianza di un fenomeno che trasformò per cinque giorni il cielo e il paesaggio di Aosta, lasciando senza una spiegazione completa persino gli studiosi dell’epoca. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) «Feuille d’Annonces d’Aoste» , 15 luglio 1847. (2) «Feuille d’Annonces d’Aoste» , 15 agosto 1847; si veda anche: Richard B. Stothers, The Great Dry Fog of 1783, «Climatic Change» , vol. 32, 1996, pp. 79-89. (3) Smithsonian Institution, Global Volcanism Program, documentazione storica del vulcano Lamongan, Giava, Indonesia. È registrata un’attività eruttiva dal 26 marzo al 26 giugno 1847.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 8 ottobre 2026
L’astrologo di Aosta.. . Il 26 dicembre 1849 ad Aosta faceva freddo. Il termometro, informava «L’Indépendant» , aveva segnato dieci gradi sotto zero. Il giornale, però, oltre a questa e ad altre notizie, ne riportava una molto particolare: «Un «astrologue» d’Aoste nous annonce un fort vent» . (1) Quell’«astrologo», che farebbe pensare a un personaggio circondato da sfere di cristallo e carte del cielo, era invece Georges Carrel (1800-1870), canonico e scienziato che aveva cominciato le osservazioni barometriche ad Aosta nel 1834 e che nel 1840 aveva sistemato sulla canonica una sorta di edicola per gli strumenti meteorologici. Da allora avrebbe continuato le sue rilevazioni per trent’anni. Il corsivo usato dal giornale per «astrologue» sottolineava l’ironia della definizione, sullo sfondo della diatriba che contrapponeva ormai la stampa cattolica e conservatrice a quella liberale. Nel 1853 l’ «astrologue d’Aoste» ricomparve. La «Feuille d’annonces d'Aoste» aveva appena passato in rassegna il tempo degli ultimi due anni: giorni di pioggia e di neve, siccità, millimetri d’acqua caduti. Poi spiegò ai lettori dove rivolgersi se proprio volevano conoscere in anticipo il tempo che avrebbe fatto. Potevano consultare alcuni famosi almanacchi ed evitare altre fonti, come l’ «astrologue» di Aosta. (2) L’ironia era evidente. Ed era rivolta a un uomo che il tempo lo studiava davvero. Passarono dieci anni e, nell’estate del 1863, il problema divenne molto pratico. Alcuni aostani avevano progettato una gita al Gran San Bernardo. Prima di partire volevano però sapere se il tempo li avrebbe favoriti. Consultarono tutto quello che avevano a disposizione, compreso l’« astrologue» di Aosta; ricorsero persino al telegrafo. Le risposte dovettero sembrare favorevoli, perché si misero in cammino. (3) Andò male. Grandine e temporali li «ont bien maltraités» , raccontò la «Feuille d’Aoste» , che concluse che avrebbero certamente evitato il contrattempo se, invece di affidarsi a tutti quei sistemi, avessero consultato semplicemente san Medardo. Insomma, con tutto il rispetto per i santi e per il detto secondo il quale «Se piove a San Medardo, pioverà per altri quaranta giorni», un giornale liberale moderato finiva per preferire alla scienza una credenza popolare, pur di fare critica politica... - Immagine di copertina: particolare di una cartolina d'epoca con la torretta Carrel al chiostro di Sant'Orso di Aosta. (1) «L’Indépendant» , 27 dicembre 1849. (2) «Feuille d’annonces d’Aoste» , 13 agosto 1853. (3) «Feuille d’Aoste» , 16 giugno 1863. Il giornale scrive: «On a consulté à cet égard tous les almanachs, Mathieu de la Drôme, l’astrologue d’Aoste; on a même recours au télégraphe» .
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 5 ottobre 2026
«Vendere» la Valle d’Aosta Quando nel 1861 fu proclamato il Regno d’Italia mancavano ancora il Veneto, sotto il dominio austriaco, e soprattutto il Lazio, territorio papale difeso dalla Francia. Napoleone III aveva favorito l’unificazione italiana, ma guardava con crescente preoccupazione a uno Stato destinato a diventare sempre più grande e potente. Fu così che, oltre agli accordi diplomatici, cominciarono a circolare voci di trattative segrete tra Italia e Francia relative a compensazioni territoriali da offrire a Napoleone III in cambio dei territori sopracitati. Si parlò di Sardegna, Liguria, isola d’Elba e terre piemontesi, ma soprattutto della Valle d’Aosta . L’obiettivo di ottenere Roma e di elevarla a capitale valeva, per qualcuno, la rinuncia a qualche area del Regno. La notizia arrivò immediatamente in Valle e il giornale valdostano «L’Indépendant» reagì con una frase che vale più di molte spiegazioni: «Les marchés des peuples sont toujours dégoutants au point de vue de la morale et de la saine politique» . (1) La reazione locale, tuttavia, fu più complessa. Il nuovo Regno aveva deluso molte speranze e la Valle si sentiva povera, periferica e dimenticata. La stampa arrivava a chiedersi provocatoriamente «Où la Vallée d’Aoste se trouve-t-elle située?» , ricordando persino che durante il periodo napoleonico erano state migliorate le comunicazioni attraverso i colli alpini. (2) Le voci di cessione finirono persino nelle questioni più spicce: alla fine del 1864 diversi Comuni valdostani dichiararono di trovarsi in difficoltà ad anticipare le imposte dovute per il 1865 e uno di essi propose addirittura di attendere poiché, se il governo francese fosse succeduto a quello italiano in Valle d’Aosta, che cosa se ne sarebbe fatto delle quietanze per somme già versate? (3) Anche la tanto attesa ferrovia Ivrea-Aosta finì dentro quel gioco. Proprio mentre circolavano le voci di cessione, il Parlamento sembrò finalmente interessarsi alla sua costruzione e «L’Indépendant» si domandò con malizia se si trattasse di «sincerità o bugia». Qualcuno, rincarando la dose, si chiedeva come potesse lo Stato investire denaro in una ferrovia destinata a una terra che sarebbe stata presto ceduta alla Francia. (4) La questione rimase aperta ancora per alcuni anni, fino a quando lo scacchiere internazionale portò prima il Veneto, nel 1866, poi Roma all’Italia quattro anni dopo. (5) Il grande gioco delle compensazioni territoriali perse improvvisamente significato e la Valle d’Aosta restò dov’era. Da qualche anno, però, aveva cessato di costituire una propria unità amministrativa: già Divisione e Provincia di Aosta, era stata addirittura declassata a circondario della Provincia di Torino. Finiva quel momento, ma continuava, anzi aumentava, l’incessante sogno di autonomia amministrativa, filo principale di cucitura del libro della storia valdostana. - Immagine di copertina: «La Sentinella delle Alpi» , 14 ottobre 1864. (1) «L’Indépendant» , 20 ottobre 1864. (2) «Feuille d’Aoste» , 13 dicembre 1864. (3) «Feuille d’Aoste» , 20 dicembre 1864. (4) «L’Indépendant» , 20 ottobre 1864. La linea Ivrea-Aosta sarebbe stata inaugurata soltanto nel 1886. (5) Approfondimenti: M. Caniggia Nicolotti, L. Poggianti, «Valle d’Aosta in saldo. Trattative segrete tra Italia e Francia per scambiare la Vallée con Roma e le Venezie» (2019).
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 1 ottobre 2026
Aosta addobbata a festa e a Parigi 101 colpi di cannone Per alcuni anni la Valle d’Aosta fu francese. Napoleone Bonaparte l’aveva unita al territorio eporediese nel «Département de la Doire» (1802-1814), il cui capoluogo era Ivrea. Il 20 marzo 1811, a Parigi, Maria Luisa d’Austria, seconda moglie di Napoleone, diede alla luce un figlio. Al bambino fu attribuito fin dalla nascita il titolo di Re di Roma e l’avvenimento venne annunciato alla capitale con una salva di 101 colpi di cannone. «Le Journal de la Doire» raccontò che, appena si udirono le salve, «gli abitanti di Parigi si affacciarono alle finestre, scesero alle porte, riempirono le strade e contarono i colpi di cannone» e che alla fine «scoppiò una gioia unanime». (1) La notizia corse velocemente in tutto l’Impero grazie anche al telegrafo ottico di Chappe: «Il giorno della nascita era limpido e sereno, tanto che nello spazio di sessanta minuti il telegrafo poté comunicare la preziosa notizia che il Re di Roma era nato». (2) Due giorni dopo, il 22 marzo, anche Aosta dovette celebrare l’avvenimento. La città venne addobbata, vi furono musica e fuochi d’artificio e una cronaca successiva ricordò sobriamente che «La ville d’Aoste toute pavoisée se réjouit de l’heureux événement» . (3) Per una sera le vie del centro si vestirono dunque dei colori imperiali. La piazza che oggi occupa il cuore della città ancora non esisteva ed era occupata dal complesso di San Francesco. Aosta celebrava, come tante altre località dell’Impero, la nascita dell’erede di Napoleone. L’entusiasmo ufficiale raccontava però soltanto una parte della storia. Dopo anni di dominazione francese una parte della popolazione valdostana continuava a guardare ai Savoia. Un piccolo indizio compare proprio nelle celebrazioni per il Re di Roma. Il giornale dipartimentale pubblicò poesie, sonetti e dediche composti per la nascita dell’erede: fra gli autori figuravano diversi eporediesi, mentre non compariva alcun valdostano. (4) Il bambino per il quale Aosta era stata addobbata a festa ebbe un destino assai diverso da quello immaginato nel 1811. Dopo la seconda abdicazione del padre, il 22 giugno 1815 Napoleone lo proclamò suo successore con il nome di Napoleone II. Quel regno rimase soltanto nominale e durò poche settimane. Il giovane morì a Vienna nel 1832, a ventun anni. Intanto per la Valle d’Aosta l’età francese si era già conclusa. Nel 1814, con la caduta di Napoleone, il territorio era tornato sotto la sovranità sabauda. L’anno seguente un editto di Vittorio Emanuele I, datato 27 giugno 1815, ordinò «a tutti i sudditi francesi stabilitisi nei suoi territori dal 1792 di lasciarli entro venti giorni dalla pubblicazione dell’editto». (5)  - Immagine di copertina: Rielaborazione con IA da un dipinto del XIX secolo raffigurante il telegrafo ottico di Chappe. Immagine originale: Wikimedia Commons, pubblico dominio. (1) «(...) l’espoir de la France a été rempli: S. M. l’Impératrice est heureusement accouchée d’un prince: le roi de Rome et son auguste mère sont en parfaite santé. (...) Dès que les salves se firent entendre, on vit de toutes parts les habitants de Paris se mettre à leurs fenêtres, descendre à leurs portes, remplir les rues et compter les coups de canon, avec une vive sollicitude, ils se communiquaient leurs émotions, et ont laissé enfin éclater une joie unanime» . «Le Journal de la Doire» , 30 marzo 1811. (2) «Le jour de la naissance était pur et serein, de manière que dans l’espace de 60 minutes le télégraphe a pu communiquer la précieuse nouvelle que le Roi de Rome était né». «Le Journal de la Doire» , 20 aprile 1811. (3) «La ville d’Aoste toute pavoisée se réjouit de l’heureux événement». «L’Écho du Val d’Aoste» , 24 marzo 1879. (4) «Pièces de poésies composées à l’occasion de la naissance du roi de Rome, et imprimées par ordre de Monsieur le Baron Préfet de la Doire». «Le Journal de la Doire» , 20 aprile 1811. (5) «27 juin 1815. - Edit de Victor-Emmanuel I qui ordonne à tous les sujets français qui se sont établis dans le territoire à lui sujet depuis 1792, d’en sortir dans le terme de 20 jours, dès la publication de l’édit». «L’Écho du Val d’Aoste , 26 giugno 1879.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti • 28 settembre 2026
La Valle d’Aosta e la fine del mondo Nel 1899 una notizia inquietante cominciò a circolare sui giornali di tutto il mondo: la vita sulla Terra sarebbe finita il 13 novembre, alle tre e nove minuti del pomeriggio. La previsione veniva attribuita a Rudolf Falb, studioso austriaco noto per i suoi pronostici meteorologici e sismici, secondo il quale il pianeta avrebbe incontrato una cometa. La storia non era nuova dato che la data circolava sulla stampa almeno dal 1897 e, avvicinandosi il giorno annunciato, ovviamente acquistò nuova forza. (1) Se ne discusse dalla Gran Bretagna alla Russia e ne nacquero opuscoli e fogli popolari. In Messico una stampa del 1899 annunciava a caratteri enormi: «EL FIN DEL MUNDO» . (2) La notizia arrivò anche in Valle d’Aosta. Il 27 ottobre, quando mancavano poco più di due settimane alla data fatidica, «Le Mont-Blanc» raccontò che diversi giornali avevano annunciato con grande sicurezza l’imminente fine del mondo e che la prospettiva della catastrofe aveva provocato «de véritables paniques dans certains villages de nos montagnes» . (3) Jéhan l’Ermite, autore dell’articolo, ne aveva raccolto gli effetti molto concreti. Una domestica del suo villaggio voleva lasciare il padrone, nonostante avesse promesso di restare al suo servizio fino a Natale, per tornare nella valle natale. Non sperava di salvarsi: preferiva semplicemente morire insieme alla famiglia, ai parenti e agli amici. Un giovane aveva invece fissato il matrimonio per il 23 novembre. Saputo che il mondo sarebbe finito dieci giorni prima, anticipò le nozze. «C’est plus sûr» , spiegò, e tutti, osservava il giornalista, ammirarono la sua prudenza. Poi arrivò da lui un’anziana vicina, malata e appoggiata a due bastoni. Il nipote aveva letto su un grande giornale che il 13 novembre il mondo sarebbe bruciato e che lo aveva stabilito «un grand docteur mastronome» . La donna voleva sapere se fosse vero. Dietro quel curioso «mastronome» c’era Falb, ma gli astronomi, «ça va sans dire», avevano già cominciato a smontare la profezia. Wilhelm Foerster, direttore dell’Osservatorio di Berlino, spiegò che si erano trasformate affermazioni imprudenti o mal interpretate in qualcosa che la scienza non sosteneva. Intorno al 13 novembre la Terra avrebbe incontrato uno sciame di piccoli corpi celesti, come era già accaduto nel 1799, nel 1833 e nel 1866: potevano apparire moltissime stelle cadenti, non certamente la fine del mondo.³ Ma oramai non restavano che pochi giorni per sapere chi avesse ragione. Il 13 novembre 1899 arrivò puntuale. La fine del mondo, invece, no. Il 1° dicembre il giornale «L’Union Valdôtaine» pubblicò un articolo intitolato «A propos de la comète» . Esordì precisando di non avere annunciato la fine del mondo: «Comment l’eût-elle fait, elle n’était pas née» : come avrebbe potuto farlo? Era nato solo il 17 novembre! Per concludere raccontò un aneddoto su Falb. Lo studioso viennese si sarebbe accorto che le previsioni meteorologiche di un vecchio dei dintorni di Amburgo si avveravano molto spesso. Durante un viaggio nella zona decise quindi di andare a trovarlo e, senza farsi riconoscere, gli domandò il segreto delle sue previsioni. «Oh! È molto semplice - rispose il vecchio - a Vienna c’è un imbecille che predice il tempo. Io annuncio esattamente il contrario. È molto raro che mi sbagli».  - Immagine di copertina: «El Fin del Mundo». Stampa popolare messicana del 1899 che annunciava la fine del mondo per il 13 novembre, alle tre e nove del pomeriggio. Manuel Manilla, Antonio Vanegas Arroyo editore. The New York Public Library, Posada Collection. (1) La previsione attribuita a Falb per il 13 novembre 1899 era già riportata dalla stampa europea nel 1897; sulla sua successiva diffusione internazionale cfr. Daniel A. Stolz, «The Lighthouse and the Observatory. Islam, Science, and Empire in Late Ottoman Egypt» , Cambridge University Press, 2018, pp. 1-2. (2) «El Fin del Mundo. Para el Lunes 13 de Noviembre del año de 1899, a las tres y nueve minutos de la tarde!» , Manuel Manilla, Antonio Vanegas Arroyo editore, 1899, The New York Public Library, Posada Collection. (3) «Le Mont-Blanc» , 27 ottobre 1899.