Giulia Ferri de Rolland

Mauro Caniggia Nicolotti • 3 marzo 2025
Giulia Ferri de Rolland

Giulia Ferri (1842-1929), originaria di una famiglia fanese di conti - suo padre Carlo fu governatore di Perugia -,(1) può essere considerata a tutti gli effetti una pioniera dell’alpinismo italiano. Si distinse per la sua determinazione e passione per la montagna, che la portarono ad essere la prima donna italiana a raggiungere le vette più alte dell’arco alpino.

Di questa straordinaria donna si conosce poco.
Nel 1864 sposò il barone Jules-Alexandre de Rolland (1820-1901), allora prefetto della provincia di Pesaro, acquisendo così il titolo nobiliare.
Fu molto attiva e impegnata nel sociale, tanto che le cronache la citano nel 1866, durante la Terza guerra d’indipendenza italiana, quando organizzò in prefettura un Comitato di signore, il quale dividendosi in altri subcomitati per quanti sono i rioni della città, adottava di preparar filaccie, bende e camicie per i feriti, e corone pei vincitori.(2)

Il barone de Rolland, in seguito, fu eletto alla Camera dei deputati per il collegio di Aosta (1880-1882), indirizzando la coppia verso la Valle d’Aosta.(3)

Non a caso, le cronache valdostane iniziano a parlare di lei solo nel 1880, quando la coppia soggiornava a Courmayeur. Alla guida de toutes les dames des Colonies Italiennes et étrangères qui s’y trouvaient réunies, accolse la regina d’Italia, con cui vantava una stretta amicizia, presso l’Hôtel de L’Ange durante la sua visita alla località.

Giulia Ferri si innamorò subito delle montagne e dell’asprezza del territorio.

Il 16 luglio 1882 era a La Thuile a sostenere l’opera della sezione di Aosta del Club Alpino Italiano, che stava organizzando una raccolta fondi per migliorare l’accesso alle bellezze naturali locali. Ponti, sentieri e terrazzamenti richiedevano manutenzione o di nuovi interventi.
Una sottoscrizione pubblica fu aperta a tal fine, et la courageuse alpiniste, Mme la baronne de Rolland la prit sous son patronage à Courmayeur.

L’8 agosto 1883, una sessantina di ragazzine, riunite nel giardino dell’Hôtel de L’Ange, ricevettero dalla baronessa numerosi capi d’abbigliamento (vestiti, maglioni, scialli, cappelli, ecc.). La sua generosità suscitò grande entusiasmo e, tra grida di gioia, le giovani abbracciarono la loro benefattrice.

Poche settimane dopo, la baronessa de Rolland era pronta per la sua più importante impresa alpinistica: raggiungere la vetta del Monte Bianco (4.807 m) . Per farlo, attraversò il Colle del Gigante, raggiunse Chamonix e salì il colosso dalla via francese il 27 agosto. C’est la première italienne qui ait fait jusqu’ici cette ascension, riportava un giornale dell’epoca.

Al suo ritorno al villaggio savoiardo, l’intrépide alpiniste ricevette l’ovazione dei turisti presenti e furono organizzati scoppi di petardi. Secondo un giornale svizzero “al suo ritorno a Chamonix, in suo onore è stato sparato un colpo di cannone, mentre la popolazione l’ha accolta con un coro di “Evviva l’Italia!”.

Donna di polso, attiva e intraprendente, non mancò di far sentire la propria voce anche in ambito politico. Durante una festa tenutasi a Châtillon nel 1885, suo marito, nel presentare il benvenuto alle varie autorità comunali e ad altre personalità di rilievo, non dimenticò di faire une large place au plus bel ornement de la fête, à Mme la Baronne de Rolland, qui présidait à la table ronde.
Poche settimane prima, il 18 agosto 1885, era salita fino all’Aiguille des Glaciers (3.816).

Il 2 settembre 1886 si cimentò in un’altra impresa straordinaria: la scalata delle Grandes Jorasses (4.208 m), cette immense montagne qui parait vouloir lutter avec le Mont-Blanc, et que peu d’alpinistes osent affronter.
Fu la prima donna a raggiungere la vetta, e secondo le cronache dell’epoca lo fece con straordinaria facilità e in breve tempo. La sua eccellente forma fisica le permise, nello stesso periodo, di partire dal rifugio Vittorio Emanuele II (Valsavarenche) per salire in cima al Gran Paradiso (4.061 m).

Il 3 agosto 1887, Giulia de Rolland, partita dalla capanna al Colle del Gigante, raggiunse la Tour Ronde (3.792 m).
All’inizio di agosto del 1889, la baronessa de Rolland affrontò il Dente del Gigante (4.014 m), ascensione réputée jusqu’ici impossible. Pochi giorni dopo, il 31 agosto, scalò la Grivola (3.069 m).  Fu lei stessa a raccontare le sue imprese estive, che vennero pubblicate su La Rivista Alpina, n. 10, uscita in ottobre.(4)

Il 3 settembre 1891, la nobildonna raggiunse la Punta Dufour (4.634 m), la vetta più alta del Monte Rosa.

Alla sua passione per la montagna si accompagnava anche quella per la fotografia. Un giornale del 1893 informava che la baronessa, “ben nota nel mondo dell’alpinismo e soprattutto nella Valle d’Aosta, ha ottenuto una medaglia di bronzo alla mostra fotografica di Torino. Ha esposto una quantità di vedute alpine realizzate con una rara abilità: le cime del Monte Bianco, il Dente del Gigante e molte altre vette delle nostre Alpi. Madame la baronessa de Rolland è appassionata delle nostre montagne, che ha percorso compiendo ascensioni pericolose e di prim’ordine. Al gusto per l’alpinismo, unisce quello per l’arte, e i suoi lavori fotografici contribuiranno a far conoscere sempre più le bellezze della Valle d’Aosta”.

La mostra, organizzata e ospitata dalla Società Promotrice delle Belle Arti di Torino, presentò una selezione delle sue fotografie scattate durante le peregrinazioni alpine; queste e altre immagini furono successivamente donate alla sezione del CAI del capoluogo piemontese.

Negli anni successivi, quando la montagna divenne per lei sempre più lontana, continuò a dedicarsi alla beneficenza, attività che non aveva mai abbandonato. Nel 1901, ad esempio, contribuì alla raccolta fondi per la costituzione del giardino botanico al Plan Gorret di Courmayeur.

Con il passare del tempo, le tracce di Giulia Ferri si affievolirono, e non sembrano esistere fotografie che la ritraggano. Si spense nel 1929, all’età di 87 anni, lasciando un’eredità di coraggio, passione e impegno che merita di essere ricordata.






(1) Nel 1892, Giulia Ferri avviò importanti lavori di ristrutturazione e ampliamento nella villa di famiglia a Fano, che in seguito prenderà il suo nome. https://www.histouring.com/strutture/relais-villa-giulia/ (2) Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, 21 maggio 1866. (3) Da Chieti fu spostato a Livorno, poi a Firenze (1876). Dopo il seggio di Aosta, rappresentò successivamente Ivrea, poi fu senatore e consigliere provinciale di Torino dal 1885 al 1895 (4) Feuille d’Aoste, 6 novembre 1889.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 6 aprile 2026
Il grande incendio nel cuore di Aosta Domenica 13 maggio 1923, poco dopo le undici del mattino, un incendio si sviluppò in una falegnameria situata dietro l’Hôtel de Ville di Aosta. La « dense colonne de fumée » che si alzava nell’aria segnalava un fuoco che stava avvolgendo la zona, probabilmente causato da un corto circuito, si disse, e subito alimentato dalla grande quantità di legname conservata all’interno e intorno all’officina. Le prime pompe giunte sul posto ebbero come obiettivo immediato quello di contenere la propagazione verso gli edifici adiacenti. Il pericolo maggiore riguardava il Teatro e i portici del municipio. Il teatro fu evacuato immediatamente, mentre pompieri e soldati della guarnigione di Aosta si disposero sui tetti per difendere le strutture più esposte. « On craint avec raison pour les salles de l’exposition permanente » dell’artigianato tipico, situate sotto i portici: furono forzate le porte in ferro « et à mettre en sûreté une partie des objets et des livres ». La minaccia si estese poco dopo anche agli spazi vicini, fino a coinvolgere il palazzo degli « Archives générales de la Vallée », ospitato in parte nei locali dell’École Normale (oggi area delle scuole di San Francesco). Qui intervennero in tutta fretta direttamente il conservatore, notaio Ollietti, insieme ad altri notai e avvocati della città. Il cronista, che raccolse la viva preoccupazione provocata da quell’incidente, insistette su di un punto ben preciso: « Si un incendie de ce genre (…) se fut déclaré de nuit les ravages seraient incalculables ». Di giorno si riuscì a contenere; di notte, probabilmente, si sarebbe perso tutto: i nuovi portici, il teatro, gli archivi e forse una parte stessa del municipio. I danni furono stimati in circa 150.000 lire. Accanto all’intervento dei pompieri, emerge il ruolo dei soldati e dei volontari. Due militi rimasero feriti cadendo da un tetto durante le operazioni, mentre i giovani del circolo « Abbé Chanoux », tra i primi ad arrivare, mantennero in funzione le pompe per lungo tempo. (1) A pensarci bene, quell’incendio avrebbe potuto bruciare in un attimo il teatro, l’esposizione dell’artigianato, gli archivi, i portici e forse lo stesso municipio: memoria, cultura, tradizione e amministrazione. L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Le Duché d’Aoste , 16 maggio 1923.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 30 marzo 2026
Una terribile notte al Gran San Bernardo Nel 1786 il Mercure de France pubblicò un curioso resoconto proveniente dal convento dei Cappuccini di Sion, in Vallese. Si trattava dell’estratto di una lettera che narrava un episodio avvenuto all’ospizio del Gran San Bernardo. Secondo il racconto, il 9 marzo una banda di ventiquattro uomini era salita du côté de la vallée d’Aoste , con il pretesto di fare contrabbando con il Piemonte. Come tutti i viandanti del colle, furono accolti e rifocillati dai religiosi dell’ospizio. Quegli uomini attesero la sera per rivelare le loro intenzioni, pour mettre en exécution leur détestable projet . Presero le armi, saisirent au collet padre Clavandier, poi chiusero in una stanza i domestici e diversi religiosi. Tutto ciò mentre une partie de ces scélérats obbligava padre Clavandier ad aprire la cosiddetta stanza del “tesoro” dove si trovava tutto il denaro, minacciando di uccidere chiunque avesse opposto resistenza. Fu allora che la situazione prese una piega inattesa. Il padre, raccomandandosi a Dio e a San Bernardo, finse di obbedire. Promise di fare ciò che volevano anche se - li avvertì quei quindici uomini che lo scortavano - non avrebbero trovato molto, poiché non avevano ancora reçu nos collectes . Condusse quella brigata nella stanza dove si trovavano i cani dell’ospizio, animali utilizzati per il soccorso dei viaggiatori. I briganti lo seguirono senza sospetto. Una volta dentro, il religioso si voltò e chiamò i cani in suo aiuto. Ogni animale si scagliò contro ogni uomo. Ne nacque una fuga precipitosa nella notte e nella neve. I ladri si dispersero lungo i sentieri del valico, inseguiti dagli animali. Scapparono anche gli altri che erano rimasti a guardia dei prigionieri. Les chiens en tuerent douze . Il giorno seguente fu organizzato l’inseguimento; sette vennero arrestati a Saint-Rhémy-en-Bosses mentre tentavano di scendere verso Aosta, dove furono reclusi presso le prigioni, et je crois bien qu’ils y resteront jusqu’au printems . Degli altri cinque non si seppe più nulla con certezza; si pensava che potessero essere periti in montagna o dispersi chissà dove. La lettera concludeva con una frase asciutta: Ainsi, des 24 nous en avons 19, tant morts que vifs . Il redattore del Mercure osservava che il racconto presentava qualche elemento dubbio, ma riconosceva che, pur potendo sembrare favoloso, non era impossibile. Il passaggio del Gran San Bernardo era frequentato e spesso pericoloso, e l’ospizio poteva trovarsi improvvisamente a ospitare uomini ben diversi dai pellegrini che dichiaravano di essere. La ferocia attribuita ai cani San Bernardo, capaci di uccidere e fare una strage di quelle proporzioni, resta per me l’unico punto che induce ancora oggi a perplessità. Forse si trattò di ferite, magari profonde… e di morti di paura, espressione che si usa quando il timore è davvero grande. Chissà chi e perché ha voluto estremizzare quell’avventura. Comunque sia andata, la vicenda ci restituisce un pezzo di storia di fine Settecento. Copertina: Chien du Grand Saint-Bernard , cartolina d'epoca.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 26 marzo 2026
Quando ad Aosta arrivava il sale di Ibiza Nel marzo 1576, ad Aosta, nella grande sala del convento di Saint-François, i bannerets del Ducato - ossia i nobili territoriali con giurisdizione - si riunirono in assemblea per discutere una questione fondamentale per la vita quotidiana del pays : il sale (« sur le faict du sel »). (1) A causa dei « troubles et empeschementz » che interessavano la Provenza e la Linguadoca - cioè le guerre di religione di quegli anni - il consueto approvvigionamento del sale bianco era venuto meno. Per evitare la penuria, il duca Emanuele Filiberto di Savoia autorizzò il ricorso a un altro prodotto per il « pais daouste »: il « sel roge doniza en Espaigne », cioè il sale rosso di Ibiza, più caro - circa sei lire e dieci soldi in più per carretto - ma ritenuto di ottima qualità, « dont la bonté compensera ceste chertie ». La misura era provvisoria, il tempo che la situazione si ristabilisse. Ma tanto bastò a mostrare quanto anche i valdostani potevano dipendere da rotte commerciali, capaci di unire Mediterraneo e Alpi: il sale, imbarcato in area iberica, giungeva « conduict a Nice ou bien a Menton », per poi risalire verso l’interno. I bannerets promisero obbedienza e si impegnarono a far accettare quella misura ai loro abitanti, rendendoli « capables » di comprenderne la necessità. L’autorità, infatti, era stata molto precisa: «Ciò farete intendere con destrezza al popolo, rappresentando che questo è soltanto per evitargli ogni necessità e fino a che si possa avere del detto sale bianco; poiché allora faremo sì che il nostro gabelliere ne fornisca il paese secondo l’uso consueto». I nobili, pur rispettosi dell’ordinanza, tennero a sottolineare che il sale bianco restava « plus propre et plus doulx pour le fromaige et bestail ». Più che un’abitudine, una questione di qualità. E quando le condizioni lo permisero, il sistema tornò al suo equilibrio consueto, ristabilendo il flusso del sale bianco proveniente dalle coste mediterranee più vicine e, con esso, un maggiore respiro economico. "Perché, in fondo, il sale deve avere qualcosa di sacro: si trova sul mare e sulle lacrime"(Khalil Gibran). (1) E. Bollati, Le Congregazioni dei Tre Stati della Valle d'Aosta , pp. 791-799.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 23 marzo 2026
Quando il circo crollò dietro l’Hôtel-de-Ville di Aosta I cittadini di Aosta avrebbero ricordato a lungo quella domenica sera. Il 27 luglio 1873, verso le 22, infatti, si verificò une catastrophe , come titolò un giornale locale. Dietro l’Hôtel-de-Ville era stato improvvisato un circo in legno, allestito per l’ultima rappresentazione della compagnia equestre Giacosa. Il pubblico era accorso numeroso: famiglie, giovani, curiosi, soldati della guarnigione. Una serata di festa, come tante. Poi, il cielo cambiò umore. Un temporale scoppiò all’improvviso e la folla si riversò in massa verso le scale per uscire. Fu allora che si udì un rumore sinistro, un horrible craquement - un terribile scricchiolio - che fece gelare il sangue. Era la struttura della galleria che cedeva. In pochi istanti la tribuna crollò trascinando con sé spettatori e soldati che vi si trovavano sopra. Chi era riuscito a uscire si voltò e vide la scena impensabile: l’intera galleria era scomparsa dietro il muro di cinta del vicino giardino, come inghiottita dal terreno. Seguì un caos indescrivibile che il giornale (1) che si era occupato dell’incidente, grazie anche al fatto che non vi furono né feriti né vittime, descrisse tra il serio e il faceto: Dire les scènes burlesques et sérieuses qui se passaient dans le tohu-bohu de cette scène est impossible . Famiglie che si precipitavano per ritrovare i propri cari, gruppi di sconosciuti che si aggrappavano l’uno all’altro ( personnes qui ne s’étaient jamais ni vues ni connues s’accrochaient ensemble ), persone cadute una sopra l’altra par la force des lois de la gravitation , con le gambe all’aria e la testa verso terra. Una madre - Madame *** - cercava la figlia non dal volto ma dai ricami dei suoi vestiti; un uomo corpulento (il signor X, sottolineava il foglio, qui pèse quatre-vingt-dix kilos ) schiacciava involontariamente tre giovani che imploravano di potersi liberare. Fu citato il caso di un signore il cui cilindro - definito dal giornale un chapeau décalitre , come fosse un recipiente - gli si era talmente schiacciato sulla testa da chiedere aiuto pour se débarrasser de sa terrible coiffure , per liberarsi di quella terribile “capigliatura”. L’area che ospitava quella struttura circense era stata approntata per l’evento, ma non in maniera appropriata e il crollo doveva aver colpito qualcos’altro, poiché molti risultavano coperti di colori "non dell’arcobaleno, ma di qualcosa di assai più odoroso", annotava con crudele ironia il giornale. Si tentò un salvataggio improvvisato: quelques gaillards si arrampicarono sul muro e tirarono su i bambini e le persone più leggere, letteralmente “arpionandoli” sul muro e passandoli ad altri soccorritori. Solo più tardi fu possibile sfondare l’accesso e liberare i “naufraghi”, molti dei quali rientrarono a casa in condizioni tutt’altro che presentabili. Così si concluse quella serata che doveva essere una festa e che poteva diventare una catastrofe vera e propria, ma che produsse fortunatamente solo qualche leggera escoriazione, spavento e lacerazione di qualche abito... e altre sorprese qui accennate tra le righe... L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) L’Echo du Val d’Aoste , 8 agosto 1873.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 19 marzo 2026
La Repubblica Teocratica della Valle d’Aosta Ecco una notizia che ci giunge dal 1910 da un giornale australiano. (1) Si tratta di una breve, uno di quei camei di piccole grandi notizie che a volte brillano tra le pagine dei giornali, assorbite tra i fatti del mondo. L’articolo - intitolato A famous alpine valley. The Aosta Valley - raccontava le meraviglie valdostane: «La Valle d’Aosta, la più estesa valle delle Alpi occidentali, si presenta non solo al montanaro, ma anche al classico archeologo e allo studioso del feudalesimo medievale. Dominata dalle quattro grandi vette del Monte Bianco, del Monte Rosa, del Cervino e del Gran Paradiso, le sue rovine romane dell’epoca augustea primitiva trovano una cornice naturale unica, sullo sfondo di uno dei paesaggi più nobili d’Europa. I suoi castelli e i legami con la Casa di Savoia, da un lato, la collegano alle leggende romantiche e a una storia non meno romantica del Medioevo». Fin qui, da guida turistica. Poi la chiusa, un frammento di storia del tutto erroneo, forse dovuto a quelle notizie che un tempo circolavano secondo cui Calvino avrebbe attraversato la Valle. Il giornale australiano scrisse infatti: «Nel XVI secolo Calvino, nella sua fuga dalla corte di Ferrara, concepì il progetto di fare di Aosta il centro di una Repubblica teocratica, ma fu ostacolato dalla salda fedeltà dei suoi abitanti alla Casa di Savoia». In realtà, in un momento in cui il protestantesimo cercò di attecchire, la tradizione storica locale racconta che i protestanti furono allontanati e cacciati da Aosta e dalla Valle. Ancora oggi le campane che allora suonarono a stormo - anticipando l’Angelus dalle 12 alle 11.30 e segnando simbolicamente il momento della cacciata - non furono mai riportate all’orario originario. Così, in tutta la Valle d’Aosta - unico posto dell’universo conosciuto e sconosciuto - l’Angelus è anticipato e racconta un episodio accaduto mezzo millennio fa. Della Repubblica teocratica della Valle d’Aosta, forse immaginata da qualche osservatore lontano o attribuita a qualche riformatore del tempo, non restò naturalmente alcuna notizia ufficiale. Restò invece il dato essenziale: i tentativi esterni di orientare la Valle verso la Riforma incontrarono una resistenza decisa. La Valle rimase cattolica e fedele ai Savoia. Le sirene elvetiche si fermarono oltre il Gran San Bernardo. L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Geelong Advertiser , 29 ottobre 1910.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 16 marzo 2026
Errori da far paura sulla strada per Aosta Horreurs… orthographiques , titolava L’Écho du Val d’Aoste del 24 giugno 1881, giocando sul sottile scarto tra errori e orrori, come se gli sbagli ortografici potessero trasformarsi in vere mostruosità linguistiche. Si è detto che i viaggi istruiscono» , esordiva il giornale. Può darsi; ma è certo che il viaggio da Ivrea ad Aosta è assai poco istruttivo, soprattutto in materia di ortografia. Ci siamo divertiti recentemente, dall’alto dell’imperiale della diligenza, a fare una piccola raccolta di insegne di locande che sono altrettanti capolavori e che teniamo a offrire ai nostri lettori. Insomma, un po’ come si usava un tempo - forse ancora oggi - quando, soprattutto i bambini, durante i lunghi viaggi si divertivano a controllare la sigla della provincia di provenienza delle automobili che sfrecciavano intorno a loro, alcuni viaggiatori si misero a scrutare tutt’intorno con occhio curioso. Ne uscì un esame impietoso delle insegne più stravaganti. E ne trovarono, eccome. La prima fu a Carema: «Cantina dei tre moro» . Seguì Montjovet con «On vends de comestible tenu par J.» ; a Saint-Vincent: «Cantina nova» ; infine, a Villefranche di Quart: «Cantina del loropa» . Comme on le voit, pour une simple inspection à vol d’oiseau, la collection est assez belle. La lingua francese vi era maltrattata quanto l’italiana; si sarebbe detto quasi per spirito di emulazione. Quel testimone raccomandava che intervenissero le autorità locali per far correggere queste mostruosità ortografiche, poco adatte a dare un’idea favorevole dell’istruzione pubblica nella nostra Valle . Già allora c’era chi notava certi svarioni. Anche oggi alcune insegne lascerebbero il tempo che trovano, mentre altri inciampi restano più sottili e diffusi: la pronuncia sbagliata di molte località valdostane - per esempio leggendo la z finale - o di cognomi antichi della regione. E poi quelle formule dure a morire, come il “Val d’Aosta” al posto di Valle d’Aosta o la provincia di Aosta - indicata ancora come AO negli indirizzi - abolita nel 1945, ma imperterrita nel sopravvivere nelle abitudini e nella lingua quotidiana. L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. Ovviamente, e per fortuna, un cartello del genere non esiste davvero.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 12 marzo 2026
Mura romane di Aosta come groviera Costruita dai Romani al momento della fondazione di Augusta Praetoria Salassorum (25 a.C.), la cinta augustea di Aosta è diventata al contempo un simbolo e un richiamo turistico. Talmente preziosa, tale testimonianza storica, che il Comune ha espresso la volontà di richiederne l’inserimento nell’elenco dei siti archeologici e storici del Patrimonio mondiale dell’Unesco. Le mura non sono perfettamente intatte. Due millenni di esistenza ne hanno minato l’integrità. Non è stata certo la normale consunzione: la cinta è stata anche più volte sbeccata e impoverita per mille motivi. I valdostani, infatti, ne hanno asportato i blocchi migliori per costruire le loro case o per innalzare maggiormente le torri. Non solo: anche per realizzare varchi che facilitassero qua e là il transito di mezzi e di persone. Insomma, l’importanza difensiva della cinta muraria pareva essere stata messa così a repentaglio da interessare Maria Cristina di Francia (1606-1663), reggente di Savoia. Il 15 maggio 1645 Madama Reale scrisse al Conseil des Commis informando della sua preoccupazione verso questo stato di fatto. Gli atteggiamenti degli abitanti, infatti, erano da lei ritenuti intollerabili e quindi da punire affinché s emblables délinquants servent d’exemples aux autres pour n’être point imités dans cet abus . (1) Non pare che le cose fossero mutate se, sullo stesso argomento, 34 anni più tardi, il 20 aprile 1679, tornò sulla questione un’altra reggente: Maria Giovanna Battista di Savoia (1644-1724). Anche lei si rivolse al Conseil dopo essere venuta a conoscenza dei varchi praticati nelle mura, lavori utili per dare spazio a nuove finestre e alle porte delle case addossate alla cinta. Et comme les murailles des villes (…) doivent être saintes ; la pena per i contravventori era alta: 500 scudi d’oro. (2) Questa volta le cose andarono meglio e, a quanto pare, nulla fu toccato fino al 1810, quando il prefetto del Dipartimento della Dora (Valle d’Aosta ed eporediese sotto l’Impero francese) fece abbattere la porta decumana per agevolare il collegamento della nuova strada, la n. 109, Aosta-Grenoble. Negli anni posteriori proseguì lo spoglio anche nel muro settentrionale, dove una volta fu impedito dal ministro degl’interni Conte di Pralormo. (3) Fu certamente una cosa non facile da controllare e un atteggiamento non solo perpetrato dai cittadini, ma anche dalle autorità. Nel 1863, per esempio, a sud della Torre del Balivo non solo fu addossata alla cinta la costruzione di un corpo di guardia, ma fu anche praticato un varco. Si trattava di un passage à l’usage de la sentinelle . Il giornale che si occupò della questione si lamentava del fatto che si sarebbe potuto utilizzare il varco già esistente depuis longtemps . Il foglio notava che si trattava dell’ennesimo atto di vandalismo, azioni che non si sarebbero arrestate tra la gente, dato che le autorità non davano certo il buon esempio nel rispettare i monumenti. (4) Oggi, per fortuna, la cinta augustea è tutelata e valorizzata dalle autorità locali. Restano però visibili i segni dei molti varchi aperti nel tempo, memoria concreta di quando le mura romane di Aosta furono trattate un po’ come una groviera. Immagine di copertina. Alcune "brecce" nei pressi della Torre dei Balivi di Aosta. (1) Raccolta per ordine di materie delle leggi, provvidenze, editti, manifesti, ecc. pubblicati dal principio dell’anno 1681 sino agli 8 dicembre 1798 sotto il felicissimo dominio della Real Casa di Savoia in continuazione a quella del senatore Borelli, Compilata dall’avvocato Felice Amato Duboin , Libro Terzo, Titolo XXI, 1827, pp. 1309-1310. (2) C. Promis, Le antichità di Aosta. Augusta Prætoria Salassorum , p. 136. (3) Ib. (4) Feuille d’Aoste , 21 luglio 1863.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 9 marzo 2026
Altolà! Siete valdostani o italiani? Anche nel pieno delle guerre del Cinquecento le Alpi rappresentavano un punto di passaggio e di collegamento tra l’area mediterranea e il resto d’Europa. Certo, le condizioni di conflitto e di tensione non agevolavano i transiti. Anzi: tra controlli stretti, posti di guardia e cordoni sanitari, i colli diventavano tutt’altro che percorsi facili. Le invasioni francesi lasciarono la Valle d’Aosta praticamente da sola. I Savoia ripararono altrove, mantenendo solo la titolarità nominale dei loro domini. La regione, probabilmente difficile da controllare per i suoi numerosi colli, fu in gran parte risparmiata dalle potenze del tempo e si organizzò quasi come uno Stato . Conservò e rafforzò il proprio sistema di amministrazione e autogoverno attraverso il Conseil des Commis , organo rappresentativo delle comunità locali. Esercito, leggi e diplomazia contribuirono a regolarne la sopravvivenza politica. La Valle riuscì perfino a trasformarsi in un vero e proprio Paese neutrale , siglando accordi con gli Stati confinanti. In quegli anni, infatti, i valdostani godevano di alcune condizioni favorevoli nei territori controllati dalla Francia. Il 28 settembre 1553 il re Enrico II scrisse al Conseil des Commis stabilendo che le proprietà dei valdostani situate nei territori occupati dovessero continuare a essere rispettate dai francesi e che i mercanti della Valle non fossero soggetti ai dazi sulle merci in transito, la cosiddetta traite foraine : (1) … les manans et habitants du pais et duché de la val daouste… pourront aller et venir, traffiquer et marchander, tant pour le fait du sel que pour autres marchandises … et aller aux foires de Lyon ... (2) Una lettera del 5 settembre 1551, scritta da Jean de Guet (de Gaye) dal castello di Saint-Jacques (Savoia) al capitano Guy de Maugiron, luogotenente del re di Francia nel Delfinato e in Savoia - indicato nei documenti come suo "caro e amato cugino" - restituisce un episodio curioso. (3) L’autore informava il suo superiore della presenza di numerosi viaggiatori lungo i percorsi che giungevano in zona. La guerra - osservava - era ormai aperta e per questo riteneva necessario segnalare ciò che accadeva su quelle vie di passaggio: Monseigneur, voyant la guerre ouverte par tous costez, je n’ay voulu fere faute n’advertir vostre seigneurie comme il passe et repasse quelques gens venant du chemin de Vevey . Molti di questi uomini dichiaravano di provenire dalla Valle d’Aosta . Ma l’autore nutriva più di un dubbio: Au fort … ceulx de la Vaulx d’Augste ne bougent poinct pour le présent . In realtà - osservava - i veri valdostani non sembravano affatto muoversi in quel periodo. L’espediente di quei finti valdostani era semplice. Il y a beaucoup de gens d’Italie qui s’afuble de leur manteau, disant qu’ilz sont de la Vaulx d’Augste, passantz et repassantz pour ce passage . In un simile contesto, dichiararsi valdostani poteva facilitare il passaggio attraverso territori controllati e strade sorvegliate. Il castello sorvegliava infatti la stretta del Siaix , attraverso la quale passava l’antica via romana che collegava Milano a Vienne, attraversando la valle della Tarentaise. L’ufficiale concludeva la sua relazione con prudenza, dichiarando di attendere istruzioni prima di intervenire: … comme j’en doibs user, car je ny ay ousé toucher . Resta però una domanda. Come dimostravano di essere valdostani quei viaggiatori? Lasciapassare falsi, forse? Oppure quel s’afuble de leur manteau significa che, mescolandosi negli abbigliamenti locali, cercavano di spacciarsi per valdostani, magari masticando qualche parola di francese misto a francoprovenzale? Alcuni anni dopo sappiamo che i viaggiatori della Valle dovevano comunque rispettare regole molto precise : ne porteront croix ne escharpes rouges - ossia nessun segno militare riconducibile ai Savoia, né la croce bianca su fondo rosso né le fasce rosse portate dagli uomini d’arme - non entrare in città o castelli con presidio senza salvacondotto e portare con sé un’attestazione del balivo di Aosta, o di un suo luogotenente o commissario, che indicasse nome, condizione e luogo di residenza. (4) Dopotutto perfino le monete coniate ad Aosta finirono per essere vietate in Francia . Un’ordinanza di Enrico II del 1556 denunciava il grand désordre causato dalla circolazione di monete straniere e citava esplicitamente gli scudi della Valdoste , battuti aux coings et armes de Savoye sous les noms de Charles et Philibert . (5) L'immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata dall'AI su indicazioni dell'autore. (1) J.-A. Duc, Histoire de l’Eglise d’Aoste , V, pp. 387-388. (2) E. Bollati, Le Congregazioni dei Tre Stati della Valle d’Aosta , I, p. 392. (3) Bulletin historique et philologique du Comité des travaux historiques et scientifiques , Ministère de l’Instruction publique et des beaux-arts, 1895, pp. 62-63.) E. Bollati, op. cit. , p. 394.) Ib. , pp. 474-475, n. 1.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 7 marzo 2026
6 marzo 2026: nel bicentenario della nascita di Cerlogne, lo ricordo con un brano tratto dal mio libro Sacerdoti saggi, sagaci e spiritosi. Preti valdostani di un tempo . Cerlogne. Per chi suona la campana? L’espressione “Per chi suona la campana” ( For Whom the Bell Tolls ) è tratta dall’opera Devotions upon Emergent Occasions di John Donne del 1624 e fu poi ripresa nel 1940 da Ernest Hemingway come titolo di un suo romanzo. Una versione molto simile fu utilizzata nel 1910 da un tenente del Battaglione Aosta in occasione della scomparsa dell’abbé Jean-Baptiste Cerlogne, grande poeta valdostano. “Suona a morto la campana di St-Nicolas. Per chi? Per il poeta delle valli dinanzi, per il poeta di tutte le valli, di tutte le montagne; per il poeta non di fredda bellezza alpina, che nessuna armonia di note di verso o di colore dirà mai, ma della vita vostra, montanari; per quegli che v’ha detto quanto sieno belli i giorni di vostre feste semplici e quelli del lavoro alla stalla, alla casa, al pascolo, alla vigna”, scriveva l’ufficiale su un giornale. (1) Era il 7 ottobre e moriva nella sua Saint-Nicolas, dove era nato il 6 marzo 1826, il poeta dai modi allegri e satirici, la cui vita era stata anche un intreccio di eventi e di circostanze tante volte improntati all’allegria e a una piacevole ironia, come fu detto. (2) Jean-Baptiste Cerlogne è considerato il massimo poeta dialettale della Valle d’Aosta. Sacerdote, poeta e linguista italiano, è noto per aver scritto alcune canzoni e per il suo studio approfondito e fondamentale del dialetto valdostano. Soldat, cuisinier, prêtre, poète, dans toutes ses fonctions , Cerlogne morì povero, condizione che gli attirò la stima dei suoi concittadini e, come profetizzava un giornale dell’epoca, la mémoire de M. Cerlogne si spirituel, si bon, si honnête est de celles qui passent aux générations . Questo è un piccolissimo quadro su Cerlogne. Sono partito dalla fine, ma è un modo per ricordarlo nel bicentenario della nascita. (3) (1) Le Val d’Aoste , 14 ottobre 1910. (2) Poète aux allures gaies et satyriques, sa vie est aussi un tissu d’évènements et de circonstances marquées au coin de la gaîté, et qui donnent lieu parfois à une aimable plaisanterie . Le Messager Valdôtain , 1912, p. 64. (3) Le Mont-Blanc , 7 ottobre 1910.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 5 marzo 2026
Quando una cima del Monte Bianco diventò Mussolini La politica di italianizzazione della Valle d’Aosta in epoca fascista comparve sulle pagine della stampa internazionale, facendo conoscere al mondo la realtà etnico-linguistica dei valdostani e il timore della sua scomparsa. Aoste n’existe plus. Ou la fascisation à outrance , scriveva per esempio La Suisse libérale il 6 novembre 1928. Si arrivò a tradurre tutto, fino ai toponimi e arrivando quasi a voler cambiare perfino i cognomi. Nel 1927 il nome della Valle d’Aosta campeggiava sulle pagine della stampa internazionale, più che per l’ennesima campagna di italianizzazione, per una nuova denominazione eteroclita: i nomi di alcune vette. L’ennesima prova di quella trasformazione linguistica che il regime voleva rendere visibile anche sulle carte geografiche valdostane. Un testo cronologico, alla data 12 agosto di quell’anno, riportava: La più alta cima del Monte Bianco viene battezzata “Cima Mussolini” . (1) Il giornale La Provincia d’Aosta del 18 agosto asseriva che era stato Augusto Turati, segretario generale del Partito Nazionale Fascista, a esserne il promotore: padrino del battesimo d’una delle più alte vette del Monte Bianco, alla quale è stato dato il grande nome di “Cima Benito Mussolini" . La notizia attraversò l’Atlantico e colpì l’immaginazione dei lettori americani. Il New York Times del 21 agosto 1927 riferì della denominazione con toni che collegavano l’episodio alla questione linguistica valdostana: " La rinomina in “Monte Benito Mussolini” di una delle vette più alte del Monte Bianco, che ha causato irritazione in Francia, è stata definita un "allarme assurdo e ingiustificato" dai nazionalisti italiani, irritati da quelle che essi considerano "sfruttamento politico" dell’agitazione francese riguardo a tutte le denominazioni geografiche sul lato meridionale della frontiera franco-italiana, sollecitando il Governo a autorizzare tutte le formule di denominazione italiana. La vetta ora chiamata in onore del Duce sporge, fu detto, verso ovest fino al versante francese della catena. Il nome francese - le Père Éternel (il Padre eterno) - è stato cambiato. Lo scopo della modifica, lungi dall’essere provocatorio, affermano funzionari, è puramente scientifico. (...) Con questo obiettivo, Augusto Turati, segretario generale del Partito Fascista, ha rinominato la montagna e, con quattro guide di Courmayeur e un gruppo d’avanguardia di giovani italiani robusti, ha scalato la vetta. In vista della reazione francese, gli italiani dichiarano che è giunto il momento di parlare con chiarezza, sebbene in toni non sgradevoli, di una popolazione che per secoli ha avuto nomi gallici. Sin dai tempi dei Franchi, la popolazione di questa regione ha parlato un dialetto francese, mentre i nomi dei luoghi sono tutti francesi, come St. Martin, Bard, Donnas, Châtillon, Chambave, Quart, Villefranche, Verrès e St. Marcel. Ad Aosta il monumento al soldato italiano caduto è iscritto in francese (“At Aosta the monument to the Italian war dead is inscribed in French”)" . Il quotidiano statunitense concludeva così: “ Ogni città, collina e strada deve avere il suo nome cambiato, secondo i dirigenti fascisti, che indicano come precedente la decisione di Mussolini di cambiare il nome di Bolzano, vicino al confine austriaco ” . La denominazione non attecchì affatto. Quel Premier Mont - come anche veniva definito nell’articolo il Tetto d’Europa - non portò mai le souvenir de notre Premier italien , come osservava un giornale. (2) Nella percezione internazionale, infatti, qualcuno finì persino per credere che il cambiamento riguardasse la vetta principale del massiccio, mentre si trattava di una cima minore. Anzi, la questione andrebbe ridimensionata ulteriormente. Alcune cronache parlavano di una guglia ardita sull’Aiguille de la Brenva: Cima Mussolini - chiariva una rivista dell’epoca - è il nome di una guglia arditissima nel gruppo del Monte Bianco, di una torre rocciosa lanciata verso il cielo, esile, affusolata, liscia come un’asta di bandiera (...) , nella gelida e austera conca di Val Venì . (3) Le cronache raccontano che quella piramide, la plus difficile du glacier de la Brenva , (4) fu conquistata il 7 agosto 1927 dai fratelli Arthur e Oswald Ottoz, da Laurent Grivel e Albin Pennard, insieme ad alcuni turisti, utilizzando una lunga pertica in legno ancora oggi conservata: c’est à eux que revient l’honneur d’avoir hissé sur ce sommet vierge notre beau drapeau tricolore . (5) Fu dedicata inizialmente al Père Éternel . Pochi giorni dopo la punta portava già un nuovo nome: venne dedicata al Principe Umberto di Savoia. (6) Mussolini o Umberto di Savoia, il futuro Re d’Italia, furono tutte scelte effimere che sparirono nel volgere di poco. Restò Père Eternel, l’unico appellativo sopravvissuto e che corre immutato e duraturo nel tempo. E ad aggiungere bellezza e purezza a quello scenario magnifico, una via a quella punta granitica dedicata a Giovanni Paolo II. L'immagine di copertina, creata dall'intelligenza artificiale, è solo evocativa. (1) AA.VV., leri ho visto Il Duce: Biografia, cronologia e memorabilia , p. 53. (2) La Vallée d’Aoste , 20 agosto 1927. (3) Le Prealpi. Rivista Mensile della Società Escursionisti Milanesi , agosto 1927, p. 89. (4) La Vallée d’Aoste , 20 agosto 1927. (5) Le Mont-Blanc , 2 settembre 1927; La Vallée d’Aoste , 20 agosto 1927. (6) Le Mont-Blanc , 2 settembre 1927.