Giulia Ferri de Rolland
Mauro Caniggia Nicolotti • 3 marzo 2025
Giulia Ferri de Rolland
Giulia Ferri (1842-1929), originaria di una famiglia fanese di conti - suo padre Carlo fu governatore di Perugia -,(1)
può essere considerata a tutti gli effetti una pioniera dell’alpinismo italiano. Si distinse per la sua determinazione e passione per la montagna, che la portarono ad essere la prima donna italiana a raggiungere le vette più alte dell’arco alpino.
Di questa straordinaria donna si conosce poco.
Nel 1864 sposò il barone Jules-Alexandre de Rolland (1820-1901), allora prefetto della provincia di Pesaro, acquisendo così il titolo nobiliare.
Fu molto attiva e impegnata nel sociale, tanto che le cronache la citano nel 1866, durante la Terza guerra d’indipendenza italiana, quando organizzò in prefettura un Comitato di signore, il quale dividendosi in altri subcomitati per quanti sono i rioni della città, adottava di preparar filaccie, bende e camicie per i feriti, e corone pei vincitori.(2)
Il barone de Rolland, in seguito, fu eletto alla Camera dei deputati per il collegio di Aosta (1880-1882), indirizzando la coppia verso la Valle d’Aosta.(3)
Non a caso, le cronache valdostane iniziano a parlare di lei solo nel 1880, quando la coppia soggiornava a Courmayeur. Alla guida de toutes les dames des Colonies Italiennes et étrangères qui s’y trouvaient réunies, accolse la regina d’Italia, con cui vantava una stretta amicizia, presso l’Hôtel de L’Ange durante la sua visita alla località.
Giulia Ferri si innamorò subito delle montagne e dell’asprezza del territorio.
Il 16 luglio 1882 era a La Thuile a sostenere l’opera della sezione di Aosta del Club Alpino Italiano, che stava organizzando una raccolta fondi per migliorare l’accesso alle bellezze naturali locali. Ponti, sentieri e terrazzamenti richiedevano manutenzione o di nuovi interventi.
Una sottoscrizione pubblica fu aperta a tal fine, et la courageuse alpiniste, Mme la baronne de Rolland la prit sous son patronage à Courmayeur.
L’8 agosto 1883, una sessantina di ragazzine, riunite nel giardino dell’Hôtel de L’Ange, ricevettero dalla baronessa numerosi capi d’abbigliamento (vestiti, maglioni, scialli, cappelli, ecc.). La sua generosità suscitò grande entusiasmo e, tra grida di gioia, le giovani abbracciarono la loro benefattrice.
Poche settimane dopo, la baronessa de Rolland era pronta per la sua più importante impresa alpinistica: raggiungere la vetta del Monte Bianco (4.807 m) . Per farlo, attraversò il Colle del Gigante, raggiunse Chamonix e salì il colosso dalla via francese il 27 agosto. C’est la première italienne qui ait fait jusqu’ici cette ascension, riportava un giornale dell’epoca.
Al suo ritorno al villaggio savoiardo, l’intrépide alpiniste
ricevette l’ovazione dei turisti presenti e furono organizzati scoppi di petardi. Secondo un giornale svizzero “al suo ritorno a Chamonix, in suo onore è stato sparato un colpo di cannone, mentre la popolazione l’ha accolta con un coro di “Evviva l’Italia!”.
Donna di polso, attiva e intraprendente, non mancò di far sentire la propria voce anche in ambito politico. Durante una festa tenutasi a Châtillon nel 1885, suo marito, nel presentare il benvenuto alle varie autorità comunali e ad altre personalità di rilievo, non dimenticò di faire une large place au plus bel ornement de la fête, à Mme la Baronne de Rolland, qui présidait à la table ronde.
Poche settimane prima, il 18 agosto 1885, era salita fino all’Aiguille des Glaciers (3.816).
Il 2 settembre 1886 si cimentò in un’altra impresa straordinaria: la scalata delle Grandes Jorasses (4.208 m), cette immense montagne qui parait vouloir lutter avec le Mont-Blanc, et que peu d’alpinistes osent affronter.
Fu la prima donna a raggiungere la vetta, e secondo le cronache dell’epoca lo fece con straordinaria facilità e in breve tempo. La sua eccellente forma fisica le permise, nello stesso periodo, di partire dal rifugio Vittorio Emanuele II (Valsavarenche) per salire in cima al Gran Paradiso (4.061 m).
Il 3 agosto 1887, Giulia de Rolland, partita dalla capanna al Colle del Gigante, raggiunse la Tour Ronde (3.792 m).
All’inizio di agosto del 1889, la baronessa de Rolland affrontò il Dente del Gigante (4.014 m), ascensione réputée jusqu’ici impossible. Pochi giorni dopo, il 31 agosto, scalò la Grivola (3.069 m). Fu lei stessa a raccontare le sue imprese estive, che vennero pubblicate su La Rivista Alpina, n. 10, uscita in ottobre.(4)
Il 3 settembre 1891, la nobildonna raggiunse la Punta Dufour (4.634 m), la vetta più alta del Monte Rosa.
Alla sua passione per la montagna si accompagnava anche quella per la fotografia.
Un giornale del 1893 informava che la baronessa, “ben nota nel mondo dell’alpinismo e soprattutto nella Valle d’Aosta, ha ottenuto una medaglia di bronzo alla mostra fotografica di Torino. Ha esposto una quantità di vedute alpine realizzate con una rara abilità: le cime del Monte Bianco, il Dente del Gigante e molte altre vette delle nostre Alpi. Madame la baronessa de Rolland è appassionata delle nostre montagne, che ha percorso compiendo ascensioni pericolose e di prim’ordine. Al gusto per l’alpinismo, unisce quello per l’arte, e i suoi lavori fotografici contribuiranno a far conoscere sempre più le bellezze della Valle d’Aosta”.
La mostra, organizzata e ospitata dalla Società Promotrice delle Belle Arti di Torino, presentò una selezione delle sue fotografie scattate durante le peregrinazioni alpine; queste e altre immagini furono successivamente donate alla sezione del CAI del capoluogo piemontese.
Negli anni successivi, quando la montagna divenne per lei sempre più lontana, continuò a dedicarsi alla beneficenza, attività che non aveva mai abbandonato. Nel 1901, ad esempio, contribuì alla raccolta fondi per la costituzione del giardino botanico al Plan Gorret di Courmayeur.
Con il passare del tempo, le tracce di Giulia Ferri si affievolirono, e non sembrano esistere fotografie che la ritraggano. Si spense nel 1929, all’età di 87 anni, lasciando un’eredità di coraggio, passione e impegno che merita di essere ricordata.
(1) Nel 1892, Giulia Ferri avviò importanti lavori di ristrutturazione e ampliamento nella villa di famiglia a Fano, che in seguito prenderà il suo nome. https://www.histouring.com/strutture/relais-villa-giulia/
(2) Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, 21 maggio 1866. (3) Da Chieti fu spostato a Livorno, poi a Firenze (1876). Dopo il seggio di Aosta, rappresentò successivamente Ivrea, poi fu senatore e consigliere provinciale di Torino dal 1885 al 1895 (4) Feuille d’Aoste, 6 novembre 1889.

Il fleyé musicale è valdostano Il fleyé nacque come strumento musicale nel 1959 in Valle d’Aosta. Ben più antica è invece la storia dell’oggetto da cui derivò: il fléau , ovvero il correggiato agricolo utilizzato per la battitura dei cereali. Diffuso per secoli in gran parte dell’Europa e in numerose altre aree del mondo, era formato da due elementi lignei collegati fra loro da corregge o snodi, struttura che permetteva di colpire e separare il grano dalla paglia. Il termine francese fléau trova nel francoprovenzale valdostano forme locali come flèyì e flèyë . La particolare conformazione dello strumento ne favorì talvolta anche un uso offensivo. In varie regioni europee il correggiato agricolo venne infatti adattato ad arma improvvisata, soprattutto fra tardo Medioevo ed età moderna. Le fonti ricordano casi nell’Europa centrale, nel mondo germanico e nelle guerre contadine, dove strumenti analoghi comparvero anche nei manuali di scherma tedeschi ( Fechtbücher ). Anche la Valle d’Aosta conserva tracce di questo universo materiale. Nei documenti del Conseil des Commis del XVI secolo compaiono infatti termini come «caczafrustz» , «frande» ed «esclate» , all’interno delle disposizioni relative all’armamento delle comunità valdostane. In un passaggio si prescriveva che gli uomini disponessero di strumenti semplici da utilizzare anche in caso di maltempo, quando gli archibugi non potevano essere impiegati: «…de soy pouuoir preualloir desdictz caczafrustz et esclactes…» ; altrove i documenti distinguevano chiaramente fra strumenti e pietrame da lancio: «…dun caczafrush ou soit frande ou soit esclate…» . Si trattava però di un adattamento ad uso difensivo dello strumento agricolo, completamente lontano dall’utilizzo musicale moderno. Il fleyé come strumento ritmico e coreografico nacque invece, come detto, in Valle d’Aosta nell’ambiente del gruppo folkloristico La Clicca di Saint-Martin-de-Corléans . Fu allora che il vecchio correggiato contadino -grazie a Venance Bernin e Vittorio Bovi - fu reinterpretato in chiave folkloristica e musicale, trasformandosi progressivamente, già a partire dal 1960, in uno dei simboli più riconoscibili dell’immaginario tradizionale valdostano; nel 1962 il gruppo ne verbalizzava la disciplina d’uso. Il 7 ottobre 1965, per esempio, il Corriere della Valle d’Aosta descriveva i «ballets très rapides et le spectaculaire numéro des “Fleyé de la Grandze”, interprété par M.lle Esther Rosset et par M. Henri Chenal» ; considerazioni a cui faceva eco La Région che il 17 settembre aveva già avuto modo di scrivere che “fleyé” e “beus” , usati per eseguire alcune composizioni, erano ormai “strumenti tipici valdostani”. Negli ultimi anni lo strumento è comparso anche al di fuori della Valle d’Aosta, talvolta accompagnato da ricostruzioni che ne hanno attribuito origini differenti da quella valdostana, ma il fleyé musicale è e resta valdostano. Nello stesso ambiente della Clicca nacquero anche altre elaborazioni musicali tradizionali, come “Lo Xilophon de la Grandze” (1978) di Claudio Vigna, autore nel 1973 anche di un’implementazione dello stesso fleyé . Quest’ultimo, così come altri strumenti tipici - ad esempio il tamburo di Cogne - andrebbe tutelato. Si tratta di elementi della tradizione, come la cucina, le produzioni, i canti, la cultura e i costumi, assieme a molti altri aspetti dell’ identità valdostana che meriterebbero protezione, magari attraverso un’apposita legge regionale e un marchio capace di garantirne la territorialità. L’identità è un’impronta e ogni impronta è diversa dall’altra. - La foto di copertina è di proprietà del gruppo folkloristico La Clicca de Saint-Martin de Corléans.

Due cimiteri per Perloz? Nel marzo del 1879 una notizia singolare proveniente dalla valle del Lys raggiunse le pagine della stampa valdostana, con quel tono a metà tra il serio e il sarcasmo che a volte caratterizzava la cronaca dell’epoca. (1) A Perloz - comune valdostano disteso sui due versanti della valle - gli abitanti dell’Envers e quelli dell’Adret erano giunti a una vera e propria contesa funebre. Oggetto della disputa: il cimitero. «Les gens de Perloz ont des querelles lugubres» , osservava il giornale. Quelli dell’Adret rivendicavano il diritto di seppellire tutti i morti della comunità nel cimitero comune. Gli abitanti dell’Envers, invece, desideravano possederne uno proprio. La questione, precisava il giornale, nasceva da ragioni molto concrete e nulla aveva a che vedere con «luttes traditionnelles des Guelfes et des Gibelins» . La morfologia del territorio di Perloz era - e resta - aspra, «excessivement rapide» , tanto ripido che, secondo un vecchio detto, un tempo si sarebbero dovute perfino ferrare le galline per impedire loro di scivolare sui pendii. Trasportare una bara dai villaggi dell’Envers al cimitero significava affrontare una discesa ripidissima e poi risalire un versante «non moins escarpé» . In inverno le sepolture venivano talvolta rinviate per giorni in attesa che i sentieri tornassero praticabili. l giornale ricordava anche un episodio tragico. Durante un trasporto funebre un feretro precipitò nel vuoto trascinando con sé quattro uomini. Da allora, spiegava l’articolo, gli abitanti dell’Envers adottarono un sistema diverso: uno trasportava il corpo sulle spalle, un altro la bara, un terzo il coperchio, mentre un quarto aiutava i compagni nei punti più difficili del percorso. «Un enterrement en détail» , commentava amaramente il giornale. Il cimitero comunale veniva ormai considerato troppo piccolo e difficile da ampliare senza grandi muri di sostegno che il tempo avrebbe potuto distruggere, costringendo magari «les générations futures à aller recueillir pieusement les os de leurs ancêtres dans le Lys» . Gli abitanti dell’Envers decisero allora di costruire un proprio camposanto. La decisione provocò proteste, ricorsi e l’intervento della Deputazione provinciale di Torino, che impose il mantenimento di un unico cimitero comunale. Una scelta giudicata evidentemente presa «comme si nos routes étaient aussi commodes que la rue Doragrossa» di Torino. L’Envers, tuttavia, continuò a seppellire i propri morti sul proprio versante, mentre quelli dell’Adret protestavano vedendosi sottrarre - scriveva il giornale con umorismo nero - la loro «proie mortuaire» . Le cronache promettevano ulteriori aggiornamenti, poi passarono ad altro. Nulla cambiò per molto tempo. A Perloz, invece, le pendenze rimasero quelle di sempre anche con due cimiteri. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) L’Écho du Val d’Aoste , 20 marzo 1879.

Anche il re mangia la minestra di fagioli Vittorio Emanuele II amava cacciare stambecchi e camosci, passione che lo portava regolarmente in Valle d’Aosta, fra le vallate del Gran Paradiso. Prima dell’acquisto del castello reale di Cogne, il suo quartier generale erano gli accampamenti in montagna che lo ospitavano la sera e la notte al ritorno dalle battute di caccia. Terminata la giornata, il re restava spesso in piedi sul prato con le mani dietro la schiena, fumando lentamente il sigaro e osservando le ultime luci sulle montagne. Quando il freddo serale cominciava a scendere rientrava nei propri appartamenti dove, davanti al fuoco, organizzava con gli ufficiali le battute successive. Era lì che iniziava già la caccia del giorno dopo. Le giornate iniziavano prestissimo. Alle quattro del mattino Vittorio Emanuele II era già in piedi. Indossava abiti da cacciatore, beveva rapidamente una tazza di caffè e partiva con pochi uomini scelti. Uno di loro trasportava vino e qualche fetta di carne salata per affrontare la giornata. Verso le dieci la caccia entrava nel vivo e poteva durare per ore fra rocce, nevai e precipizi. In genere il rientro avveniva verso le cinque del pomeriggio, all’ora della cena. Il sovrano aveva gusti semplici. Amava particolarmente le cipolle e i fagioli e appena arrivava in cucina non c’era volta che non chiedesse al cuoco, in piemontese: «Ass te d’sioulè? Asst’ fait d’menestra d’fazeui?» , cioè se ci fosse la minestra di fagioli. Pare apprezzasse anche una semplice zuppa fredda di riso all’acqua. La fatica delle salite gli provocava una sete impressionante. Alcuni raccontavano che, dopo le battute più impegnative, riuscisse a bere perfino quattro bottiglie d’acqua fresca. Fra una caccia e l’altra il re continuava anche a governare. Molti decreti ufficiali del Regno d’Italia portarono infatti la data di Valsavarenche. Un giornale cattolico osservò ironicamente che ben pochi decreti recavano le date di Roma, Firenze o Torino, mentre moltissimi erano firmati proprio a Valsavarenche, diventata residenza estiva del sovrano. (1) Il giornale attribuiva a Vittorio Emanuele II anche un colpo d’occhio ed una memoria eccezionali. Durante una battuta uno stambecco, ferito alla mascella dal re, riuscì inizialmente a rifugiarsi fra le rocce. Poco dopo i battitori lo spinsero nuovamente verso la postazione di caccia del re dove, nel disordine generale, sparò anche il figlio Umberto. (2) Nacque allora una discussione. Vittorio Emanuele sosteneva di aver colpito per primo l’animale; il principe rivendicava invece l’intero merito dell’abbattimento. Fu il caporale dei guardiacaccia, Pierre Jeantet, a risolvere la questione. Il valdostano confermò infatti di aver visto lo stambecco nascosto sotto una roccia con la mascella già sanguinante. (3) Il re avrebbe visto giusto e, volente o nolente, anche Pierre... - Immagine di copertina: Il re in una cartolina d'epoca. Immagine di proprietà dell'autore. (1) Feuille d’Aoste , 3 luglio 1878. (2) Il giornalista indica il giovane Umberto come «le comtin», ossia “contino”. Non è chiaro se l’appellativo fosse realmente usato da Vittorio Emanuele II o dall’ambiente delle cacce reali. Potrebbe anche trattarsi di un modo colloquiale per distinguere il principe dal sovrano, forse con un richiamo alla tradizione sabauda che faceva risalire la dinastia al conte Umberto di Biancamano. (3) Unità Cattolica , 7 aprile 1878.

Ma quanto è enorme la Valle d’Aosta! La premessa di questo articolo è l’ ironia . Un sorriso che scatta più volte leggendo alcuni articoli del passato dedicati alla Valle d’Aosta provenienti dalle zone più vicine a noi, dove le distanze si misurano più in pochi chilometri che in ore di viaggio. Non si tratta di una polemica. Piuttosto, di alcuni esempi che, proprio per la loro vicinanza geografica, sorprendono. Perché, a leggere certe righe, sembra talvolta che la Valle d’Aosta appaia come un luogo lontano , quasi esotico, quando invece condivide con il Vallese e la Savoia non solo la catena alpina, ma anche forme di insediamento, economie tradizionali, paesaggi e perfino lessici. Quella Valle d’Aosta che - a detta di un giornale elevetico - un tempo “fu francese e oggi è italiana” . (1) Se i primi viaggiatori inglesi dell’Ottocento, che descrivevano le vallate valdostane con toni quasi mediterranei , lontani dalla realtà delle architetture in pietra, dei tetti pesanti, dei pascoli alpini, dei vertici altissimi, erano in parte giustificabili, meno lo sono i nostri vicini. Mi è capitato di recente di sentire turisti francesi che, superato il Monte Bianco, si stupivano di ritrovare paesaggi «simili» a quelli della Savoia e non tipicamente mediterranei - come se la continuità alpina fosse un’eccezione o le Alpi fossero solo loro; lo stesso mi è successo per la nostra lingua francese , come se a noi non dovesse appartenere . Torniamo al passato, quando dalla Svizzera giungono alcune descrizioni che restituiscono una Valle d’Aosta che sembra aver annesso parte del Piemonte e della Lombardia . In un articolo del Courrier de Genève del 30 marzo 1921, leggendo di scontri tra fascisti e socialisti nella penisola italiana, si incontra una notizia collocata «à Varèse, dans la vallée d’Aoste» . Errore geografico che sfugge anche a La Tribune de Genève , che riprende la notizia con termini simili. Poco prima, il 13 gennaio 1921, un articolo della Gazette du Valais ambientava ad «Aglie, dans la vallée d’Aoste (Italie)» un matrimonio reale. Agliè (Torino) non dista che una quarantina di chilometri da Pont-Saint-Martin - ma non si trova certo in territorio valdostano. Più sottile, ma forse ancora più interessante, è un passaggio de La Suisse del 23 febbraio 1922. Per quanto qui Aosta venga descritta come parte di un territorio che «fait pendant à la Savoie, de l’autre côté des Alpes et du col du Petit-Saint-Bernard, comme un sac à un sac, de part et d’autre du bât d’un mulet» (come due sacche appese ai lati dello stesso basto del mulo), il giornalista sembra aspettarsi da quei frammenti di storia che incontra - i monumenti antichi - anche le grandi architetture italiane, un po’ come se si trovasse a Torino. Ma quell’arte non c’è ... Ci si aspetta, dunque, che la Valle sia una sorta di anticamera del paesaggio e della cultura italiana , e la gioia evocata è quella provata nel vedere i campanili del Piemonte e della Lombardia e i tetti rossi di quei villaggi assiepati intorno alla chiesa. Caratteristiche che in Valle non si ritrovano: l’architettura romanica è ben riconoscibile un po’ ovunque, l’impianto delle chiese non è barocco come nella pianura padana e i tetti non sono in cotto, ma in losa. Altri viaggiatori elvetici in visita ad Aosta relazionarono in questi termini: «On visite les monuments. Le moscato, le chianti, le blanc sec et le Barolo (...), crus naturels italiens, nous montrent qu’il y a des bons vins en dehors de chez nous» . A loro interessavano i vini italiani, non certo quelli valdostani, dei quali forse ignoravano perfino l’esistenza. (2) Mi si perdoni, alla fine, questo buffo articolo. Ma gli stereotipi sono sempre tra di noi e con noi e, a volte, come i confini netti sulla carta geografica, diventano anche distanza mentale, dimenticando come la storia abbia unito, per secoli, territori che oggi ricadono in Stati diversi e che si somigliano ancora in quanto figli dello stesso ceppo . L’immagine di copertina è solo evocativa di una realtà geografica inesistente ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore relative all'ironia con cui è stato scritto l'articolo. (1) Feuille d’avis de Sion, Savièse, et des districts de Conthey, Hérens et environs , 15 marzo 1924. (2) Le Nouvelliste , 6 settembre 1924.

Il vescovo di Aosta fatto prigioniero a Siena (1535) Nella prima metà del Cinquecento il Ducato di Savoia , perno tra area mediterranea e mondo imperiale, si trovò esposto alle armate francesi, all’avanzata svizzera nei territori alpini e alla pressione imperiale. In questo scenario di guerra la Valle d’Aosta mantenne la propria integrità e, grazie a trattati di neutralità stipulati con le potenze, evitò l’occupazione. In questo contesto, nel 1535, il vescovo di Aosta Pietro Gazino , uomo di fiducia del duca Carlo III di Savoia, partì per Roma con un incarico preciso: trattare con il pontefice. (1) Paolo III guardava con attenzione allo spazio alpino e vedeva nel Ducato di Savoia un possibile punto di raccordo con i cantoni cattolici svizzeri, nella prospettiva di contenere l’espansione della Riforma e, se possibile, di ricondurre sotto l’autorità romana territori ormai passati al protestantesimo, come Ginevra. Il viaggio di Gazino si svolse lungo percorsi difficili. Quando la delegazione giunse nel territorio della Repubblica di Siena , il convoglio fu intercettato e il vescovo venne catturato dal cavaliere Alfonso Malvezzi, capitano e uomo d’arme al soldo della Repubblica, appartenente a una famiglia bolognese e attivo in quegli anni nelle file militari senesi, dove aveva trovato impiego dopo il bando dalla propria città. La condizione per riottenere la libertà fu il pagamento di un riscatto di settanta scudi . Gazino non poté che pagare e proseguì verso la Città Eterna. Giunto a Roma, il vescovo di Aosta denunciò quell’atto e presentò querela contro il capitano Malvezzi. Carlo III, attraverso il Consiglio Privato, intervenne presso la Repubblica di Siena chiedendo una riparazione per l’offesa arrecata alla propria autorità e alla dignità del rappresentante inviato al pontefice. La risposta tardò, forse anche perché il conte Malvezzi era apprezzato dall’imperatore Carlo V. (2) Carlo III fece allora seguire un nuovo intervento, più deciso, accompagnato dalla minaccia di catture e rappresaglie nei confronti dei cittadini senesi presenti nei territori sabaudi. Della conclusione non si conosce nulla , se non che Gazino rientrò verso Aosta, dove lo aspettavano altre missioni, meno apostoliche e più politiche. Colpito da una febbre violenta, morì ad Anversa il 22 maggio 1557, dopo aver portato a termine l’ultima missione sulla guerra nelle Fiandre affidatagli dal duca presso il re di Spagna. (3) In quegli anni il compito di uomini come Pietro Gazino sembrò ormai appartenere più alla diplomazia che alla predicazione. Guerre, trattative e rapporti tra le corti occuparono gran parte dell’azione dei grandi prelati, mentre la vita religiosa quotidiana rimase affidata soprattutto al clero locale. Anche per questo il vescovo di Aosta non partecipò al Concilio di Trento (1545-1563), pur governando la diocesi negli anni centrali della Controriforma. Le missioni politiche e diplomatiche affidategli dalla corte sabauda continuarono infatti a tenerlo lontano dalla dimensione strettamente ecclesiastica del proprio ministero. - Immagine di copertina: Ricostruzione evocativa dell’arresto del vescovo Pietro Gazino presso Siena durante il viaggio verso Roma nel 1535. Immagine generata su indicazioni storiche dell’autore. (1) Pt., Relazioni tra Siena e Casa Savoia in Miscellanea storica senese , I, febbraio 1893, n. 2, p. 20. (2) https://bbcc.regione.emilia-romagna.it/dettaglio-oa/?s_id=124356 (3) J.-A . Duc, Histoire de l’Eglise d’Aoste , VI, pp. 412-413.

I monumenti di Aosta e... la luna Nel maggio 1882 una commissione governativa giunse ad Aosta per visitare i lavori di restauro eseguiti alla Porta Pretoria. Ne facevano parte «MM. le Comm. Ariodante Fabretti, Charles Félix, Biscarra architecte à Crescentino, et Caselli professeur d’architecture» . Considerati i nomi, la commissione si collocava a un livello alto, con la presenza congiunta di competenze scientifiche, tecniche e amministrative. La visita fu abbastanza rapida e la sera successiva al loro arrivo i commissari ripartirono per Torino. Come suggerì la stampa dell’epoca: «On attend maintenant son rapport» . (1) La cosa dovette richiedere qualche tempo se, solo nel 1888, l’ingegnere Caselli consegnò il disegno di una pianta dettagliata della città di Aosta antica e moderna. Una grande mappatura a fogli distinti di tutte le zone del capoluogo valdostano; le tavole descrittive si rifacevano a lavori precedenti compiuti dall’architetto Carlo Promis. Al 1890 risale invece una relazione dell’architetto Mario Ceradini che fu pubblicata anche sui giornali locali. In sostanza il professionista ricostruiva la vicenda che portò la commissione a visitare la città nel 1882: la preoccupazione per l’abbandono del patrimonio artistico e la critica dei lavori eseguiti su alcuni di essi. Dichiarava Ceradini: «se poche regioni d’Italia possono vantarsi di possedere un tesoro di monumenti così intimamente legati alla storia e al carattere particolare del paese, ve ne sono anche poche che possano deplorare come essa l’abbandono nel quale questi monumenti sono lasciati, proprio da coloro che ne hanno preso possesso in nome della nazione e che dovrebbero e potrebbero intraprendere qualcosa per la loro conservazione» . La critica sui lavori di restauro fino ad allora intrapresi era, dunque, dura. Per sopperire a quella situazione la Commissione delle antichità e delle belle arti aveva approvato il progetto redatto dall’ingegner cavaliere Caselli di Crescentino, il quale ebbe occasione, nella primavera del 1888, di recarsi ad Aosta per conto del Ministero. Ceradini stesso collaborò alla parte riguardante le misure e i disegni di quel progetto. Un progetto di riordino di ampio respiro che prevedeva anche quattro circonvallazioni, dunque una revisione di parte della viabilità cittadina: «C’est un projet grandiose si l’on veut, mais en tous cas inspiré à des vues artistiques justes et à la considération que les monuments d’Aoste méritent réellement» . Gli interventi si concentravano anzitutto sulla Porta Pretoria, liberandola dalle costruzioni addossate e restaurandola. Non tralasciavano il recupero della cinta augustea, la copertura della Tour de Pailleron e il suo adattamento a spazio museale: «faire un musée des antiquités et des fragments éparpillés par la Ville» . Per l’Arco onorario, il Teatro e l’Anfiteatro non risultavano invece interventi immediati se non quelli legati alla conservazione e al decoro. Il piano, per quanto ben strutturato nella sua concezione e ampio nelle ambizioni, non trovò applicazione poiché il Ministero lo accolse sì, ma lo lasciò senza seguito. Ceradini giunse a commentare quella situazione con una certa amarezza e, nel criticare come il governo poco si interessasse alla Valle d’Aosta rispetto ad altre zone, dichiarò: «Nel fondo mi fa l’effetto di quel padre accomodante che promette la luna al figlio che gli chiede un soldo, soltanto per guadagnare tempo fino al momento in cui non gli darà più nulla» . (2) Se si abbandonava un grande progetto di riordino e riutilizzo, rimaneva la conservazione immediata che però non fu messa in atto negli anni che seguirono. Nel frattempo, indicava Ceradini, era necessario fermare il degrado, facendo anche pressione sui valdostani e sulla stampa locale: «Cependant il faut bien, si la population a quelque affection pour ces vieux ancêtres de pierre et si l’inspecteur des monuments ne dort pas aussi lui, il faut bien, dis-je, que l’on fasse quelque chose. Et la presse locale et l’Inspecteur des monuments et tous ceux qui aiment les vieilles gloires de leur pays doivent se mettre d’accord là-dessus pour demander, même peu pour le moment, mais demander avec insistance, jusqu’à ce que l’on obtienne quelque chose. Ce peu suffira au moins pour relever le sentiment de considération que l’on doit avoir pour ces vestiges de la domination romaine et pour les défendre en partie contre leurs trois pires ennemis: leur âge, l’œuvre du temps et l’indifférence des hommes ». (3) Come si può vedere dal particolare del teatro romano, la tavola ottocentesca restituisce bene il tentativo di rilettura della città romana, pur mostrando alcune interpretazioni allora ancora incerte. Il teatro, infatti, appare orientato verso est e con una pianta parzialmente modificata rispetto alla configurazione reale. Teatro romano di Aosta, particolare tratto dalla mappa dell'ingegner Caselli (1888); proprietà dell'autore. (1) Feuille d’Aoste , 10 maggio 1882. (2) «Mais il n’est certainement pas en harmonie avec les dispositions financières du gouvernement, ni à ses dispositions politiques vers cette région, dispositions pour lesquelles on dépense tant d’or pour d’autres monuments. Dans le fond il me fait l’effet de ce papa accort qui promet la lune à son fils qui lui demande un sou, tant pour gagner du temps jusqu’à ce qu’il soit possible de ne plus lui donner rien du tout. Il le fourbe, dans ce cas, ce fut le Ministère, lequel laissa faire ces propositions, les accepta et… les mit de côté» . (3) Le Valdôtain , 5 e 12 marzo 1890.

La campana sgrammaticata del Saint-Bénin di Aosta Ad Aosta, in un angolo del centro città, presso l’ex collegio di Saint-Bénin, esiste un campanile - ormai inghiottito dal traffico e quasi celato da alti alberi. La slanciata torre romanica era stata costruita quando il complesso era abitato dai Benedettini e vide passare i secoli prima di rimanere totalmente muta. Un tempo diffondeva il suono di tre campane, fuse e rifuse per dar vita ad altre campane, via via più adatte a battere i ritmi dei giorni. Sul bronzo della maggiore, datata 1621, il fonditore incise una lunga iscrizione latina: « m. d. d. m. de bosa vice vallis avgvste patrinvs et dd. maria magdalena eivs vxor + ihs. mar. matrina r.p.e. andreas vallerivs gvardianvs st.i francici avgvste 1621» . Peccato che, nel comporre la scritta, l’artigiano si sia fatto prendere un po’ la mano - «était un peu distrait» . (1) Dimenticò, per esempio, il termine «ballivus» (balivo) dopo vice. In quel tempo, infatti, il nobile Michel de Bosses ricopriva la carica di vicebalivo di Aosta. E che dire poi del Reverendo Padre Guardiano del convento di San Francesco di Aosta, che veniva nominato come madrina al posto della signora de Bosses? Errori di ordine e di punteggiatura, evidentemente. A quanto pare, nessuno si scandalizzò troppo: ormai il gioco era fatto e non si potevano affrontare ulteriori costi. Le campane, dopotutto, servivano a chiamare alla preghiera - non agli esami di storia, se si vuole ricorrere a un linguaggio che richiama quello delle leggende, anche se si tratta di storia vera. Le altre due sorelle, più piccole, ebbero destini diversi. Una venne rifusa più tardi, nel 1762, all’epoca dei Barnabiti, con un’iscrizione ordinatissima: «carolam franciscam salesiam nominavere rr. pp. barnabitae collegii avgvstensis a.d. mdcclii l. antonius silvent fudit» . (2) L’ultima, la più piccola, dedicata alla Santa Vergine, portava la data del 1774: «sancta maria ora pro nobis 1774» . (3) Quelle campane, errori o meno, fecero il loro dovere a lungo e suonarono… a dovere. Resistettero a tutto: perfino alla furia napoleonica che tramutò in armi la maggior parte delle campane valdostane. Resistettero alle grandi guerre. E resistettero, e resistono ancora, al lungo silenzio che le ha avvolte, mentre il complesso cambiava funzione. Sono dunque ancora al loro posto. Cuore fermo di quella torre che si nasconde sempre di più nella città moderna. E quegli errori - oggi - non contano più: tornano piuttosto a far ricordare quel complesso storico, se li si guarda senza ironia e con quella curiosità tipica di chi vuole capire. La storia passa anche attraverso piccoli aneddoti. Preziosi. Particolare del campanile di Saint-Bénin, Aosta. Foto di proprietà dell'autore. (1) «Il Magnifico Signore messer Michel de Bosses, vicebalivo della Valle d’Aosta, padrino, e la nobile Maria Maddalena, sua moglie + IHS. MAR. Madrina Il reverendo padre Andrea Vallerio, guardiano di San Francesco di Aosta. 1621». J.-M. Albini, Mémoire historique sur Philibert Albert Bally évêque d’Aoste et comte de Cogne au dix-septième siècle , p. 142. (2) «I reverendi padri Barnabiti del collegio di Aosta la chiamarono Carola Francesca Salesia. Nell’anno del Signore 1762. La fuse Antonio Silvent». (3) «Santa Maria, prega per noi. 1774».

La contessa d’Aosta, principessa d’India Negli anni Venti del Novecento una vicenda giudiziaria francese ebbe ampia eco sulla stampa. Ad Agen, nel Lot-et-Garonne, nel 1925, Dinorah Galou - nata Coarer - comparve davanti alla Corte d’assise con accuse gravi: «trafiquante d’enfants» , sottrazione di minori, simulazione di maternità. Nel procedimento fu coinvolto anche il marito, medico. I giornali si soffermarono subito sulla figura della donna. «Avec quelle curiosité attendait-on l’instant de voir cette femme étonnante…» . La descrissero con tratti quasi caricaturali: «un grand chapeau cloche… un visage… qui fait songer à une fée Carabosse» . In aula teneva le mani sul banco e stropicciava il fazzoletto con cui si era appena asciugata le lacrime; poi si voltò verso la sala e mandò baci, mentre dal banco dei testimoni la madre le rispose, con accanto una delle bambine sottratte. Durante il processo emersero anche i nomi che aveva utilizzato nella vita per nascondere la propria identità. Maud Sanderson, «parente et doublure de la cantatrice» ; Loti; Marthe de Kervolen; Mme Germot. Si disse scrittrice, segretaria di «grands hommes» , «docteur en médecine» , artista, giornalista; in carcere, «prisonnière politique» . La stampa la «suppose livrée aux stupéfiants» . In quella sequenza di fatti, nomi e situazioni comparvero anche due titoli: «princesse des Indes» e «comtesse d’Aoste» . (1) Erano titoli inesistenti, costruiti per sembrare credibili. “Aosta” offriva un riferimento geografico preciso, meno costruito dell’esotica «princesse des Indes» . Rimandava ai Savoia, al Regno d’Italia, forse anche ad Amedeo, duca d’Aosta, per breve tempo re di Spagna tra il 1870 e il 1873. Questo intreccio di nomi, storie e assonanze poteva confondere, ma in aula non resse. Il titolo di conte d’Aosta, del resto, era esistito. In passato fu attribuito anche al vescovo di Aosta, su basi poi rivelatesi fragili; apparteneva invece alla casa di Savoia. I Challant, in Valle d’Aosta, portarono la viscontea e nel 1295 la cedettero ai Savoia. Pochi decenni più tardi, la Valle d’Aosta fu riconosciuta come ducato. In aula non fu questo groviglio araldico a essere chiarito; fu liquidato per ciò che era: il suono di una moneta falsa. Il resto riguardava altro: le sottrazioni di minori, le false maternità. La sentenza fu pronunciata nel 1925 e condannò la donna a quattro anni di reclusione. Tutto fu chiarito. Anche la «comtesse d’Aoste» scomparve con il resto delle identità assunte da Dinorah Galou. Il titolo “d’Aosta”, quello reale, restò nel nome del ramo cadetto dei Savoia: i duchi d'Aosta. L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) L’impartial , 30 maggio 1925.

Valdostani, non è colpa nostra se siamo belli! Nella Valle d’Aosta settecentesca il gozzo - o cretinismo - era una malattia diffusa. Nel 1751 un viaggiatore - Seyssler - attraversò la Valle e lasciò una scena curiosa. Più che un aneddoto, quasi una leggenda. Durante una Messa, i fedeli si distrassero dall’entrata in chiesa di una donna. Una straniera che attirò gli sguardi di tutti. Oltre alla bellezza e all’eleganza, la turista presentava un collo liscio, privo di tumefazioni. Il curato intervenne dal pulpito: «Mes chers frères, ne nous enorgueillissons pas des agréments physiques que Dieu a bien voulu nous accorder et qu’il a refusé à d’autres» (fratelli, non dobbiamo inorgoglirci della bellezza che ci ha dato Dio e che è stata rifiutata ad altri). (1) La Valle d’Aosta non rappresentava, del resto, un’eccezione isolata, anche se giornali e cronache esterne insistevano nel farne oggetto di scherno, spesso con toni caricaturali. «Crétins, à la rescousse!» ironizzava «Il Fischietto» il 22 giugno 1850, oppure «Aoste, ville au site délicieux, mais mon Dieu! quels habitants! - têtes livides de crapauds, gorges en besaces!» ( «Le Figaro» , 26 settembre 1861). Il fenomeno interessava in realtà un’area molto più ampia, estendendosi lungo l’intero arco alpino e oltre. Proprio in Valle d’Aosta, nel corso dell’Ottocento, la sua diffusione sollevò interrogativi più precisi. Due vallate ai piedi del Monte Rosa - la valle d’Ayas e quella di Gressoney - presentavano condizioni che, a prima vista, apparivano analoghe: esposizione, presenza di acque correnti, ventilazione. Eppure i risultati divergevano in modo evidente, poiché nella prima il gozzo risultava largamente diffuso, mentre nella seconda appariva quasi assente. Si cercò allora una spiegazione nella natura dei terreni, distinguendo tra scisti verdi e granito, ipotesi che suggeriva una possibile pista interpretativa, senza tuttavia riuscire a fornire una risposta definitiva. Ancora agli inizi del Novecento la malattia non era scomparsa, e continuava a suscitare l’interesse di studiosi e osservatori, che ne cercavano le cause nelle condizioni ambientali - l’umidità, l’altitudine, le abitudini di vita. Le osservazioni, però, finivano per complicare il quadro, mostrando come il gozzo potesse manifestarsi anche a quote basse e in contesti molto diversi tra loro. Progressivamente emerse una spiegazione più solida: il ruolo determinante era svolto dalla carenza di iodio nell’alimentazione. In risposta a tale mancanza, la tiroide aumentava di volume e, nei casi più gravi, soprattutto nei bambini, le conseguenze si estendevano allo sviluppo fisico e cognitivo. Alla luce di questa acquisizione anche le differenze tra vallate vicine trovarono una loro coerenza, poiché variazioni locali nelle acque, nei terreni e nella dieta risultavano sufficienti a produrre esiti differenti. Su queste basi, nel corso del Novecento, il fenomeno iniziò progressivamente a ridursi: l’introduzione del sale iodato, una dieta più varia e una crescente attenzione medica modificarono in tempi relativamente brevi un quadro che per secoli era apparso quasi immutabile. Plinio il Vecchio lo aveva già scritto: «Nil utilius sole et sale» (nulla è più utile del sole e del sale). L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) Le Franc-Montagnard , 13 maggio 1911.

Un vino valdostano degno di un r e Nell’autunno del 1910 - riportava il giornale elvetico «La Tribune de Genève» del 30 settembre - il re d’Italia era partito per una battuta di caccia in Valle d’Aosta. Sua Maestà, accompagnato da una sola guida, decise di staccarsi dal suo entourage e di proseguire in libertà, muovendosi con passo rapido. Il lungo andare tra pendii e sentieri, l’aria sottile e il passo sostenuto finirono però per mettergli sete. Vittorio Emanuele III scese allora poco più a valle e raggiunse una locanda. Una breve sosta ristoratrice non poteva che restituirgli nuove energie. Si accomodò con la sua guida e chiese da bere. L’oste gli servì un vino piuttosto mediocre. Il sovrano lo assaggiò e domandò se non ve ne fosse uno migliore. Il proprietario, senza esitazione, rispose: «Certamente, signore, ne ho di ottimo, ma è un vino per re e non per poveri diavoli come voi.» Vittorio Emanuele tacque. Bevve, lasciando scendere il vino senza aggiungere parola. Qualcosa, tuttavia, non gli andava certo giù, pur senza mostrarsene offeso. Poche ore dopo inviò un domestico in livrea di casa Savoia a chiedere all’oste alcune bottiglie del suo «celebre vino da re». L’oste fece la consegna, come richiesto. Una cosa, però, continuava a non essergli chiara. Si chiedeva come la fama del suo buon vino fosse giunta fino alle orecchie nientemeno che del re d’Italia. L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore.