Aosta e il mistero di una voce del 1849
Aosta e il mistero di una voce del 1849
Del telefono di Innocenzo Manzetti abbiamo notizie fin dall’estate del 1865, quando i giornali raccontarono la trasmissione dei suoni e della voce attraverso il filo telegrafico. Esiste però una data molto più antica, rimasta finora quasi sospesa: 1849.
Nel 1884 «Le Patriote» ricordò infatti l’esistenza di «une note possédée par M. Manzetti frère, touchant la transmission des sons au moyen de l’électricité et datée de 1849».(1)
Quella nota oggi risulta perduta. Potrebbe essere scomparsa insieme ad altri documenti di Manzetti dei quali conosciamo soltanto indirettamente la sorte, oppure avere seguito tutt’altra strada. Qui ci siamo sempre fermati, ma proprio nel 1849 un’ulteriore fonte racconta qualcosa di singolare.
Nell’autunno di quell’anno Laurent Pléod passò sotto la casa di Innocenzo Manzetti in via San Giocondo ad Aosta. Prima ancora di entrare nel laboratorio udì qualcosa: «J’entendis des sons de flûte; il y avait de la ressemblance avec la voix humaine, mais ce n’était pas tout à fait la même voix».
Sentì dunque «suoni di flauto», nei quali riconobbe una somiglianza con la voce umana, aggiungendo però che «non era esattamente la stessa voce».
Subito dopo vide Manzetti alla finestra. Questi lo invitò a salire e gli mostrò il proprio automa flautista. Pléod osservò il meccanismo e cercò di descriverlo, fino a dichiarare di trovarsi davanti a qualcosa che soltanto il suo autore avrebbe potuto spiegare compiutamente: «Ce mécanisme est trop ingénieux pour être expliqué par tout autre que par son auteur, aussi ne prendrai-je pas cette tâche».(2)
Da qui nasce un’ipotesi che vale almeno la pena di formulare. Pléod potrebbe avere udito, oltre o invece della semplice musica prodotta dall’automa, il risultato ancora rudimentale di uno dei primi esperimenti di Manzetti sulla trasmissione elettrica del suono?
La domanda acquista un peso particolare guardando alla storia di quelle ricerche. Già dagli anni Trenta dell’Ottocento l’elettricità era stata utilizzata per produrre dei suoni; altra cosa era captare un suono e riprodurlo a distanza per mezzo dell’elettricità. Nel 1854 Charles Bourseul descrisse il principio della trasmissione elettrica dei suoni e della parola e dichiarò di avere iniziato alcuni esperimenti. Nel 1861 Johann Philipp Reis riuscì concretamente a trasmettere a distanza dei suoni musicali.
Se dunque la nota del 1849 attribuita a Manzetti riguardava esperimenti già concretamente riusciti e se i «sons de flûte» uditi da Pléod nello stesso anno ne erano il risultato, ad Aosta sarebbe avvenuta dodici anni prima di Reis una trasmissione elettrica di suoni musicali.
Gli anni successivi aggiungono altri elementi a questa ipotesi.
Édouard Bérard ricordò che nel 1863 o 1864 Manzetti gli aveva parlato dell’idea di «transmettre la parole parlée par le moyen du télégraphe» e che nel 1864 gli aveva mostrato un primo tentativo per trasmettere i suoni. Quando poi ascoltò personalmente la voce di Manzetti a pochi metri di distanza, la riconobbe, benché il ricevitore la restituisse con un suono «sourd et guttural» e alcune parole risultassero deformate.(3)
Quando, a partire dal giugno del 1865, il telefono di Manzetti divenne pubblico, «L’Indépendant» (29 giugno) parlò di suoni prodotti alla stazione di partenza e riprodotti a quella d’arrivo; il 10 luglio «Il Diritto» scrisse che Manzetti «trasmette la parola per mezzo di un filo telegrafico»; il 24 luglio «L’Arpa» riferì che aveva trovato il modo di trasmettere i suoni musicali ed era «a buon punto» con le parole.
Verso la fine dello stesso anno Giovanni Battista Gandolfi ricostruì un percorso ancora più interessante. Riferendosi al 1854, scrisse: «Si fu in quel tempo, che avendo il signor Manzetti avuto occasione di fare molti esperimenti sulle onde sonore, e sul modo di propagarle, gli venne in pensiero di aggiungere al suo automa un meccanismo alquanto più complicato, onde farlo non solo suonare, ma cantare e parlare».
Quei «molti esperimenti» sulle onde sonore sono dunque presentati da Gandolfi come antecedenti all’idea che collocava nel 1854. Manzetti aveva poi ottenuto «voci e lettere» e, ripresi anni dopo gli esperimenti, era giunto «non più a una semplice riproduzione delle melodie d’un armonium, ma la trasmissione diretta delle proprie parole». Gandolfi descrisse anche il suono prodotto all’altro capo del filo: la «bocca artificiale» parlava «con una voce sua propria, sempre identica per natura, e diversa da qualunque voce umana».(4)
Diciassette anni prima Pléod aveva scritto: «Il y avait de la ressemblance avec la voix humaine, mais ce n’était pas tout à fait la même voix».
Forse Pléod aveva semplicemente ascoltato l’automa suonare il flauto. Oppure, quel giorno del 1849, ascoltò qualcosa che ancora non sapeva come chiamare?
Dentro questa domanda, ci starebbe una rivoluzione storica...
- Immagine di copertina: La casa un tempo abitata da Manzetti, via San Giocondo, Aosta.
(1)
«Le Patriote», 14 marzo 1884. (2) L. Pléod,
«Almanach du Duché d’Aoste», 1850, pp. 126-127. (3) Biblioteca del Seminario Maggiore di Aosta, Fondo Gal-Duc, I, 61. (4) G. B. Gandolfi, lettera da Aosta del 27 dicembre 1865,
«Il Commercio di Genova», 6 gennaio 1866.








