Eran trecento, eran giovani e forti, e sono... emigrati
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono... emigrati
Cogne possedeva una grande montagna di ferro. Eppure, nella seconda metà dell’Ottocento, molti «cogneins» furono costretti ad andarsene per cercare lavoro altrove.
Dopo la lunga stagione di César-Emmanuel Grappein, la miniera di magnetite attraversò infatti decenni difficili. Direttori, affittuari e tentativi di rilancio si susseguirono senza riuscire a garantire continuità allo sfruttamento. Nel 1869 Joseph-Antoine Jeantet ricordava che da molto tempo i filoni erano abbandonati o sfruttati soltanto a intervalli da alcuni privati di Cogne.
La situazione precipitò negli anni successivi.
Nel 1874 il Comune, proprietario della miniera, tentò di metterla all’incanto, m la vendita andò deserta.
Nell’aprile dello stesso anno la «Feuille d’Aoste» descriveva una situazione quasi paradossale: Cogne possedeva un filone ritenuto forse il più ricco d’Europa, ma nessuno lo affittava, il minerale estratto non veniva venduto e gli operai erano «sans pain et sans travail», senza pane e senza lavoro. Alcuni reclamavano persino gli stipendi arretrati.(1)
La situazione era diventata tanto grave che il sindaco aveva dovuto scrivere all’estero per cercare un’occupazione ai minatori rimasti senza lavoro.
«Quelles en sont les nombreuses causes?», si chiedeva il giornale.
Due anni dopo capiamo che cosa stava accadendo.
Nell’aprile del 1876 la «Feuille d’Aoste» annunciava che 150 «cogneins» erano partiti durante l’inverno per diverse città della Svizzera.
Nemmeno lì, però, avevano trovato fortuna. Il cattivo tempo aveva impedito a molti di lavorare e il giornale raccontava che quasi tutti vivevano
«dans une profonde misère».(2)
Centocinquanta persone erano già moltissime per una comunità come quella di Cogne.
Ma non erano tutte.
Nel febbraio del 1883, mentre si tornava a discutere del futuro della miniera,
«L’Écho du Val d’Aoste» parlava ormai di
«300 Cogneins émigrés». Trecento emigrati.(3)
Il giornale osservava che la semplice prospettiva di non dover più pagare le imposte comunali non ne avrebbe fatto tornare neppure uno. Soltanto una vera ripresa della miniera avrebbe potuto cambiare le cose: allora, scriveva, nessuno sarebbe più andato o rimasto all’estero «pour gagner sa vie». Per guadagnarsi da vivere.
La miniera continuava intanto a passare attraverso nuovi tentativi di affitto, vendita e sfruttamento. Bisognò attendere la fine del secolo perché cominciasse a profilarsi quella trasformazione industriale che avrebbe cambiato profondamente Cogne. E la cosa avrebbe cambiato anche la direzione degli uomini. Nel Novecento, infatti, sarebbero stati lavoratori provenienti da altri luoghi a raggiungere Cogne per lavorare nella sua miniera; pochi decenni prima era accaduto esattamente il contrario: erano i «cogneins» a dover partire.
Eran trecento. Ed erano emigrati.
- Immagine di copertina: Stazione di carico Liconi, «L’Illustrazione Italiana», 7 giugno 1914, p. 564.
(1) Edizione del 22 aprile 1874. (2) Edizione del 5 aprile 1876. (3) Edizione del 9 febbraio 1883.









