Lo stomaco di Aosta
Lo stomaco di Aosta
«Quel est l’écrivain qui a fait tout un volume sur le Ventre de Paris?», domandava un giornale valdostano nel 1881.(1) Lo scrittore era naturalmente Émile Zola e il libro «Le Ventre de Paris», pubblicato nel 1873.
Il romanzo aveva per scenario «Les Halles», i grandi mercati generali della capitale francese, e raccontava attraverso quel «ventre» una società fatta di ricchezza e miseria, abbondanza e fame, negli anni del Secondo Impero.
Il giornale valdostano prendeva però Zola come pretesto per una domanda molto più vicina: che cosa si mangiava ad Aosta? L’argomento,
«ça va sans dire», offriva anche l’occasione per sfogare un po’ di verve. A giudicare da quanto raccontava l’articolista, ce n’era parecchio bisogno. Il contadino, scriveva, aveva buone ragioni per diffidare del cibo dei ricchi, perché in città si mangiavano
«de telles saletés» da giustificare ampiamente il suo disprezzo.
Si parlava infatti di una sessantina di asini «écloppés, fourbus, galeux, pelés» – azzoppati, sfiniti, rognosi e spelacchiati – venduti clandestinamente come carne di prima qualità. E non erano soli: allo stesso modo era stato smerciato anche un cavallo morto.
Il particolare più gustoso, almeno per il giornalista, riguardava però i clienti. A rifornirsi «de pareilles saletés» erano soprattutto le cosiddette migliori famiglie della città, che costituivano addirittura «le gros de ces consommateurs de charogne»: il grosso di quei consumatori di carogne. Il piccolo «ventre di Aosta» assumeva così contorni decisamente meno grandiosi di quello parigino, ma forse altrettanto interessanti. Niente immense «Halles» di ferro e vetro: bastavano qualche macellazione clandestina, una sessantina di vecchi asini, un cavallo morto e clienti abbastanza rispettabili da preferire che nessuno facesse troppe domande.
Del resto, osservava il giornale, il fascino del frutto proibito,
«l’attrait du fruit défendu», era così forte «qu’il passe au-dessus de toutes les délicatesses». A quel punto la conclusione veniva quasi da sé:
«Et après cela, n’avions-nous pas raison de dire que celui qui ferait un examen plus ou moins humoristique du ventre d’Aoste aurait de curieuses choses à raconter?».
Aveva probabilmente ragione. Un «Ventre d’Aoste» non fu mai scritto. Ma tra asini rognosi venduti come carne di prima qualità, un cavallo morto e le migliori famiglie della città sedute a tavola, il materiale per cominciarlo certo non mancava. Chissà quale romanzo naturalista ne sarebbe uscito.
E forse non è ancora troppo tardi per scriverlo, quel «Ventre d’Aoste d’antan»...
Immagine di copertina: Piazza Carlo Alberto, oggi piazza Émile Chanoux, in un giorno di mercato, in una cartolina d’epoca viaggiata nel 1931.
(1) L’Echo du Val d’Aoste, 14 gennaio 1881.









