Quella voglia valdostana di Svizzera
Mauro Caniggia Nicolotti • 6 dicembre 2020
Quella voglia valdostana di Svizzera
La storia ci ha raccontato molte vicende, che spesso tendiamo a confondere...
Tanti, per esempio, credono che le particolarità
della Valle d’Aosta
e la lingua francese
siano in qualche modo caratteristiche legate alla Francia, per quanto con essa i valdostani siano quasi sempre stati in guerra e solo dal 1860 vi confinano territorialmente. Lingua francese, peraltro, che in Valle è stata impiegata negli atti pubblici a partire dal 1536, vale a dire ben tre anni prima dell'Esagono.
Ancora meno si conoscono i frequenti contatti e le affinità che la Vallée
ha avuto ed ha con i territori posti oltre le Alpi Pennine; legami talmente forti da farci guardare oltre il Gran San Bernardo con un certo interesse... a tal punto che in passato la tentazione di diventare svizzeri
non è stata un episodio sporadico.
L’idea di aggregare la Valle d’Aosta alla Svizzera, infatti, è maturata più volte nel corso del tempo.
Ipotesi alle quali sono poi seguite anche delle richieste più o meno esplicite di annessione.
Ed oggi? E' ancora argomento di un qualche interesse per i valdostani?...
Per approfondire l'argomento...
La prima occasione si presentò nel XVI secolo quando la Valle d’Aosta - in un momento di guerra e di crisi politica sabauda - si ritrovò a far da sé e si organizzò praticamente come fosse uno Stato; vale a dire quando alcuni emissari svizzeri protestanti tentarono di diffondere la Riforma in Valle d’Aosta, anche in un’ottica di annessione territoriale. In quegli anni a diversi valdostani piacque l’offre de les faire alliers aux cantons suisses protestants, parmy lesquels ce duché seroit compté pour un canton.(1)
Forse quello sarebbe stato un momento propizio, considerati gli stretti legami economici e linguistici che i valdostani avevano costruito con quelle terre che da sabaude erano divenute svizzere.
Il progetto non fu portato a compimento, sia perché alla maggioranza dei valdostani non convinceva la riforma propugnata dai protestanti, sia per la ferma azione di difesa della religione cattolica ad opera del ben organizzato e radicato clero valdostano. Non a caso nel 1554 da Aosta furono presi contatti con i rappresentanti dei cinque cantoni cattolici della Svizzera (Lucerna, Uri, Schwitz, Unterwals e Zug), pregando loro di intervenire con lo Stato del Vallese al fine di evitare quelle gravi conseguenze che si sarebbero avute a seguito di una loro invasione in Valle d’Aosta.
Varie vicissitudini convinsero i vallesani a rinunciare ai loro propositi.
(2)
Un secondo avvenimento similare è databile alla fine del XVII secolo, quando i Savoia sembravano nuovamente intenzionati a sopprimere le prerogative locali.
Di fronte a questa nuova ondata accentratrice, molti valdostani si riunirono (ovviamente in gran segreto) proponendo un’eventuale richiesta di adesione alla Svizzera da perseguire nel caso non fossero state ripristinate le prerogative valdostane.
La rivolta progettata prevedeva l’occupazione del castello di Bard, quindi il controllo del passaggio con il Piemonte et puis on est dans le dessein de se donner aux Suisses.(3)
Il cospicuo donativo ai Savoia a cui furono nuovamente chiamati i valdostani costituì il prezzo per la conferma dei loro antichi diritti, facendo così rientrare ogni proposito di rivolta.
Ma cosa attirava i valdostani della Svizzera?
Sicuramente l’organizzazione di tipo confederale dello Stato elvetico rappresentava l’elemento più attraente per un popolo come quello valdostano, abituato ad operare in una relativa autonomia amministrativa.
In quest’ottica appariva perfetto un contesto di un potere forte dal basso, che potesse delegare ad un’autorità superiore la guida e alcune funzioni fondamentali; quindi delega dal basso verso l’alto, piuttosto che il contrario.
Elementi costanti nel tempo verso i quali - come evidenziato in precedenza - guardarono con grande interesse anche il dottor César Emmanuel Grappein (1772-1855) ed Emile Chanoux (1906-1944), quest’ultimo riconoscendo alla Svizzera un possibile ruolo di unificazione dei piccoli popoli del centro Europa posizionati sia a nord, sia a sud delle Alpi; e ciò in prospettiva di una futura possibile comunità europea.(4)
Fu probabilmente su questi presupposti che nuove istanze di annessione alla Svizzera si levarono verso la fine della Seconda guerra mondiale (e anche successivamente), come possibile soluzione dopo il conflitto.
Il giornale elvetico La Liberté, che si rifaceva a fonti italiane,(5) rivela che già nel giugno 1944 alcuni separatisti valdostani avevano varcato il confine per incontrare le autorità federali al fine di proporre un’annessione della Valle alla Confederazione Elvetica, la quale rigettò tale proposta, ritenendola identica a tutte quelle che venivano usualmente avanzate dai popoli confinanti sconfitti in una qualche guerra.
A fronte delle numerose voci di annessione, non è chiaro se dalla Svizzera fosse giunto un qualche tipo di incoraggiamento. Il giornale elvetico Confédéré
del 22 giugno 1945, nell’affrontare la questione valdostana aveva precisato molto chiaramente, infatti, come depuis quelques jours, nos voisins de la province d’Aoste font beaucoup parler d’eux. Nous ne prendrons parti ni pour le mouvement autonomiste ni pour le mouvement séparatiste.
Le voci su una possibile annessione alla Svizzera, comunque, non dovettero essere una semplice boutade
avanzata da qualcuno, magari solamente per mettere pressione a chi si stava occupando del destino della Valle in quei delicati frangenti.
A tale proposito, nell’ambito di una dichiarazione rilasciata il 3 ottobre 1945 dall’ex Presidente del Consiglio dei Ministri, Nitti, comparvero alcuni cenni sibillini che potrebbero leggersi come riferiti all’ipotesi di pretese svizzere sulla Valle; relativamente alle cosiddette autonomie, Nitti affermava, infatti, come
di questa povera Italia ognuno vuol prendere qualche cosa. Gli stranieri (e anche nazioni minori!) avanzano aspirazioni territoriali e pretese assurde e ridicole. (...) I movimenti artificiali che furono determinati non ebbero certamente origine Italiana e nemmeno, bisogna onestamente riconoscerlo, del governo francese; ma furono però iniziative individuali non italiane.(6)
Passaggi volutamente criptici, ma che potrebbero anche essere interpretati come riferiti ad iniziative di provenienza filo-svizzera.
Non solo, perché diversi mesi dopo il già citato giornale
Conféderé
- che nel giugno 1945 si era dichiarato neutrale sulla questione - nell’edizione del 25 febbraio 1946, in merito alla richiesta dei valdostani di coinvolgere addirittura le Nazioni Unite nella salvaguardia delle loro particolarità, si mostrava preoccupato “se tale appello sarebbe stato ascoltato”, conscio della notevole rilevanza “esplosiva” che un tale pronunciamento avrebbe potuto avere sui destini delle minoranze in tutta Europa.(7)
Come sempre, però, la politica, la diplomazia e le aspirazioni delle persone seguono spesso percorsi differenti, talvolta senza riuscire a trovare una soluzione condivisa.
Se mai in quegli anni delicati la Confederazione Elvetica fosse stata realmente intenzionata ad allargare i suoi confini verso sud, l’idea venne accantonata per differenti e complesse considerazioni; non ultima anche la necessità di evitare l’apertura di dissidi internazionali con la nascente Repubblica Italiana,(8) uscita devastata dal conflitto.
In realtà l’idea di unione alla Svizzera non tramontò definitivamente.
Ancora nel 1950 e quindi in piena guerra-fredda, infatti, la stampa parlò apertamente di una tale ipotesi - che fece sensazione a Roma - in caso di entrata in guerra dell’Italia (...) au cours d’une réunion, les Valdotains ont accepté une proposition aux termes de laquelle, en cas d’entrée en guerre de l’Italie, la région autonome de la vallée d’Aoste devrait se détacher de l’Italie et demander son rattachement à la Suisse.(9)
(1) J.-B. De Tillier, Historique de la Vallée d’Aoste, p. 162. (2) J.-A. Duc, Histoire de l’Eglise d’Aoste, V, p. 399. (3) R. Nicco, La questione valdostana e la conferenza di Parigi, in Confini contesi. La Repubblica italiana e il Trattato di pace di Parigi (10 febbraio 1947), pp. 75-76. (4) Ibidem. (5) La Liberté
dell’8 giugno 1945 cita il Corriere d’Informazione
di Milano. (6) La Stampa, 4 ottobre 1945. (7) Les Nations unies prendront-elles parti pour les Valdôtains contre l’Italie? Nous ne pouvons hasarder aucun pronostic à ce sujet. Quoi qu’il en soit, s’il est vrai que les peuples ont le droit de disposer d’eux-mêmes, il faut souhaiter que cette question fasse l’objet d’une étude approfondie. Le problème des minorités est délicat entre tous, dangereux même, autant que le pire des explosifs. Les habitants de l’Europe centrale sont bien placés pour le savoir.
(8) R. Nicco, op. cit., p. 76. (9)
Rhône, 3 marzo 1950.
Fonte argomento::
M. Caniggia Nicolotti, L. Poggianti, Idee, aspirazioni e percorso di autogoverno valdostano. La lungimiranza di un piccolo popolo, pp. 68-71.

Il re evitò Aymavilles Il 27 luglio 1850 Vittorio Emanuele II, dopo aver trascorso buona parte della settimana a caccia sulle montagne, scese a Cogne verso mezzogiorno. Secondo «L’Indépendant» , aveva condotto una vita decisamente spartana: camminava a piedi, mangiava cibi semplici, beveva acqua e dormiva anche all’aperto, sull’erba. Era ormai tardi e voleva raggiungere Courmayeur quella sera stessa. Così ripartì, ancora a piedi, accompagnato dal fratello, il duca di Genova, dal generale Morozzo della Rocca e da pochi altri uomini del seguito. Ad Aymavilles era tutto pronto. La Guardia nazionale, con i suoi capi in uniforme, si era portata sulla strada preceduta dalla società filarmonica; dietro veniva la popolazione, vestita come nei giorni delle grandi feste. Sul cammino erano state sistemate fronde, corone, ghirlande e archi floreali. L’entusiasmo, raccontò pochi giorni dopo un giornale valdostano, era al culmine. I «Vive le roi!» , «Vive le duc de Gênes!» e «Vive la famille royale!» erano ormai pronti a esplodere. Ma il re aveva premura e così decise di deviare verso lo «scabreux sentier du pont d’Ael» , lo scabroso sentiero di Pont-d’Aël. (1) Chi ad Aymavilles aspettava di veder comparire il corteo lungo la discesa di La Poyaz dovette continuare a guardare inutilmente verso l’alto. Arrivato a Pont-d’Aël, il re seguì il percorso che tagliava sul versante di Camagne in direzione di Villeneuve. Era una soluzione assai più diretta per chi doveva proseguire verso Courmayeur: evitava la lunga discesa nel paese di Aymavilles, l’attraversamento del fondovalle e la successiva risalita verso la direttrice dell’alta valle. Il giornalista che raccontò la mancata visita trovò parole magnifiche per descrivere quel momento imbarazzante: «Mais, ô fatalité! ô douleur!». Il re, anziché passare «au sein d’Aymaville» , costeggiò le pendici di Pont-d’Aël e scomparve «en un clin d’œil» , in un batter d’occhio. Ad accoglierlo lassù riuscì soltanto una piccola avanguardia di soldati e musicisti. (2) La scorciatoia funzionò. Alle dieci di quella sera il re era a Courmayeur. Ad Aymavilles rimase la festa senza festeggiato e, soprattutto, la consolazione un po’ perfida del cronista, che concluse augurando agli abitanti maggiore fortuna per la prossima volta: «Puisse l’avenir être plus favorable au peuple d’Aymaville dans de pareils événements!!!» . - Parco Lussu di Aosta: monumento al Re Cacciatore; foto dell'autore. (1) «L’Indépendant» , 1° agosto 1850. (2) «L’Indépendant» , 5 agosto 1850.

Aosta e il mistero di una voce del 1849 Del telefono di Innocenzo Manzetti abbiamo notizie fin dall’estate del 1865, quando i giornali raccontarono la trasmissione dei suoni e della voce attraverso il filo telegrafico. Esiste però una data molto più antica, rimasta finora quasi sospesa: 1849. Nel 1884 «Le Patriote» ricordò infatti l’esistenza di «une note possédée par M. Manzetti frère, touchant la transmission des sons au moyen de l’électricité et datée de 1849» . (1) Quella nota oggi risulta perduta. Potrebbe essere scomparsa insieme ad altri documenti di Manzetti dei quali conosciamo soltanto indirettamente la sorte, oppure avere seguito tutt’altra strada. Qui ci siamo sempre fermati, ma proprio nel 1849 un’ulteriore fonte racconta qualcosa di singolare. Nell’autunno di quell’anno Laurent Pléod passò sotto la casa di Innocenzo Manzetti in via San Giocondo ad Aosta. Prima ancora di entrare nel laboratorio udì qualcosa: «J’entendis des sons de flûte; il y avait de la ressemblance avec la voix humaine, mais ce n’était pas tout à fait la même voix» . Sentì dunque «suoni di flauto», nei quali riconobbe una somiglianza con la voce umana, aggiungendo però che «non era esattamente la stessa voce». Subito dopo vide Manzetti alla finestra. Questi lo invitò a salire e gli mostrò il proprio automa flautista. Pléod osservò il meccanismo e cercò di descriverlo, fino a dichiarare di trovarsi davanti a qualcosa che soltanto il suo autore avrebbe potuto spiegare compiutamente: «Ce mécanisme est trop ingénieux pour être expliqué par tout autre que par son auteur, aussi ne prendrai-je pas cette tâche» . (2) Da qui nasce un’ipotesi che vale almeno la pena di formulare. Pléod potrebbe avere udito, oltre o invece della semplice musica prodotta dall’automa, il risultato ancora rudimentale di uno dei primi esperimenti di Manzetti sulla trasmissione elettrica del suono? La domanda acquista un peso particolare guardando alla storia di quelle ricerche. Già dagli anni Trenta dell’Ottocento l’elettricità era stata utilizzata per produrre dei suoni; altra cosa era captare un suono e riprodurlo a distanza per mezzo dell’elettricità. Nel 1854 Charles Bourseul descrisse il principio della trasmissione elettrica dei suoni e della parola e dichiarò di avere iniziato alcuni esperimenti. Nel 1861 Johann Philipp Reis riuscì concretamente a trasmettere a distanza dei suoni musicali. Se dunque la nota del 1849 attribuita a Manzetti riguardava esperimenti già concretamente riusciti e se i «sons de flûte» uditi da Pléod nello stesso anno ne erano il risultato, ad Aosta sarebbe avvenuta dodici anni prima di Reis una trasmissione elettrica di suoni musicali. Gli anni successivi aggiungono altri elementi a questa ipotesi. Édouard Bérard ricordò che nel 1863 o 1864 Manzetti gli aveva parlato dell’idea di «transmettre la parole parlée par le moyen du télégraphe» e che nel 1864 gli aveva mostrato un primo tentativo per trasmettere i suoni. Quando poi ascoltò personalmente la voce di Manzetti a pochi metri di distanza, la riconobbe, benché il ricevitore la restituisse con un suono «sourd et guttural» e alcune parole risultassero deformate. (3) Quando, a partire dal giugno del 1865, il telefono di Manzetti divenne pubblico, «L’Indépendant» (29 giugno) parlò di suoni prodotti alla stazione di partenza e riprodotti a quella d’arrivo; il 10 luglio «Il Diritto» scrisse che Manzetti «trasmette la parola per mezzo di un filo telegrafico» ; il 24 luglio «L’Arpa» riferì che aveva trovato il modo di trasmettere i suoni musicali ed era «a buon punto» con le parole. Verso la fine dello stesso anno Giovanni Battista Gandolfi ricostruì un percorso ancora più interessante. Riferendosi al 1854, scrisse: «Si fu in quel tempo, che avendo il signor Manzetti avuto occasione di fare molti esperimenti sulle onde sonore, e sul modo di propagarle, gli venne in pensiero di aggiungere al suo automa un meccanismo alquanto più complicato, onde farlo non solo suonare, ma cantare e parlare» . Quei «molti esperimenti» sulle onde sonore sono dunque presentati da Gandolfi come antecedenti all’idea che collocava nel 1854. Manzetti aveva poi ottenuto «voci e lettere» e, ripresi anni dopo gli esperimenti, era giunto «non più a una semplice riproduzione delle melodie d’un armonium, ma la trasmissione diretta delle proprie parole». Gandolfi descrisse anche il suono prodotto all’altro capo del filo: la «bocca artificiale» parlava «con una voce sua propria, sempre identica per natura, e diversa da qualunque voce umana» . (4) Diciassette anni prima Pléod aveva scritto: «Il y avait de la ressemblance avec la voix humaine, mais ce n’était pas tout à fait la même voix» . Forse Pléod aveva semplicemente ascoltato l’automa suonare il flauto. Oppure, quel giorno del 1849, ascoltò qualcosa che ancora non sapeva come chiamare? Dentro questa domanda, ci starebbe una rivoluzione storica... - Immagine di copertina: La casa un tempo abitata da Manzetti, via San Giocondo, Aosta. (1) «Le Patriote» , 14 marzo 1884. (2) L. Pléod, «Almanach du Duché d’Aoste» , 1850, pp. 126-127. (3) Biblioteca del Seminario Maggiore di Aosta, Fondo Gal-Duc, I, 61. (4) G. B. Gandolfi, lettera da Aosta del 27 dicembre 1865, «Il Commercio di Genova» , 6 gennaio 1866.

Dal centro della Terra allo spazio infinito, in mezzo Aosta Nei primi giorni del gennaio 1858 in Valle d’Aosta c’era chi guardava solo in basso. Si sospettava addirittura una possibile quarta «Révolution des Socques» , con preparativi e oscure trame antigovernative. Il giornale «Feuille d’Aoste» aveva raccolto quelle voci per smentirle nella maniera più categorica; «L’Indépendant» assicurava che nessuno ne sapeva nulla e che quell’insurrezione esisteva soltanto in qualche cervello bacato, «cerveau fêlé» , dei «rouges» . (1) Intanto, proprio sotto quei piedi, la mattina del 4 gennaio, qualcosa si muoveva davvero. Purtroppo. A Saint-Gervais-les-Bains (Alta Savoia), ai piedi del Monte Bianco, si avvertivano tre violente scosse di terremoto. Non sotto, ma sopra Aosta, invece, alle 5.42, accadeva qualcosa di assai spettacolare: apparve una «meteora luminosissima» . Procedeva rapidamente da ponente a levante e sembrava trovarsi «all’altezza della montagna» . Chi la osservò vide qualcosa di veramente straordinario. La «Gazzetta del Popolo» del 7 gennaio la descriveva come «un ammasso di centinaia di stelle cadenti» che, riunendosi, avevano assunto la forma di una cometa, con una coda apparentemente lunga una trentina di metri. Il fenomeno rimase visibile addirittura «un minuto e qualche secondo» , poi «si dileguò sprofondandosi negli abissi del cielo» . (2) E oltre quell’ammasso c’era ancora un altro cielo, più lontano ancora. Quello stesso 4 gennaio 1858, dall’altra parte dell’Atlantico, Horace Parnell Tuttle scopriva al telescopio dell’Harvard College Observatory una debole cometa, invisibile a occhio nudo, mentre una settimana più tardi l’astronomo tedesco Carl Christian Bruhns la individuava indipendentemente da Berlino. Ben presto ci si accorse che quel corpo celeste era già apparso nel 1790: era una cometa periodica, destinata a tornare nei nostri cieli ogni tredici anni e otto mesi circa. Oggi la conosciamo come 8P/Tuttle. (3) Mentre in Valle d’Aosta qualcuno ragionava delle piccole trame della politica locale e di supposizioni terra a terra, e guardava con sospetto ai «rouges» , ben altre trame si disegnavano sopra le teste dei valdostani. L’immensità del cosmo offriva altri colori, regalava lo spettacolo dei segreti della volta celeste. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) «Feuille d’Aoste» , 7 gennaio 1858; «L’Indépendant», 12 gennaio 1858. (2) «Gazzetta del Popolo» , 7 gennaio 1858. (3) Daniel Kirkwood, «Comets and Meteors: Their Phenomena in All Ages; Their Mutual Relations; and the Theory of Their Origin» , Philadelphia, J. B. Lippincott & Co., 1873, pp. 28-29.

Aosta e il nuovo mago Merlino Nell’estate del 1851 arrivò ad Aosta uno stregone. O almeno così lo presentò il giornale «Feuille d’annonces d’Aoste» , che il 30 luglio annunciò ai suoi lettori l’arrivo in città di un «maître sorcier» . Il suo nome era Alessandro Gilardi e, a dire il vero, di soprannaturale aveva ben poco. Era però molto bravo a far credere il contrario. Il giornale si affrettava infatti a precisare che Gilardi non era affatto un ciarlatano: «un escamoteur, un habile homme de foire», ma «un véritable savant, un physicien, un chimiste, voire même un magnétiseur renommé» . (1) Un prestigiatore, dunque, ma immerso in quel curioso mondo ottocentesco nel quale illusionismo, scienza e magnetismo potevano ancora confondersi agli occhi del pubblico. E Gilardi doveva saperci fare davvero. Il giornale raccontava di «merveilleuses transformations» e «magiques métamorphoses» : guardandole, scriveva il cronista, ci si sarebbe potuti credere preda di una «hallucination mystérieuse» o trasportati nei giardini incantati di Armida e nei palazzi fatati delle «Mille e una notte» . La sua bacchetta era potente quanto quella di una fata. Non era soltanto entusiasmo aostano. Un anno prima Gilardi si esibiva già al Teatro Nazionale di Torino. « Il Pirata» annunciava il 27 aprile 1850 l’inizio di un suo «corso di rappresentazioni» e poche settimane dopo riferiva del successo delle sue «serate misteriose» . (2) Il giornale arrivò a presentarlo come «nuovo Atlante dell’Ariosto, nuovo Merlino della Tavola Rotonda, e nuovo Ismeno del Tasso» . E raccontava ciò che faceva sul palcoscenico: Gilardi «fa scomparire due, tre, quattro persone» . Altro che qualche carta nascosta nella manica. Anche ad Aosta il successo continuò. Gilardi rimase per alcune settimane e il 30 agosto il giornale valdostano tornò a parlare del «célèbre prestidigitateur» : a ogni serata proponeva nuovi numeri, «plus merveilleux les uns que les autres» , mentre il pubblico diventava sempre più numeroso. Quando ripartì, il giornale gli augurò di trovare altrove la stessa benevolenza e la stessa stima conquistate in città. (3) E «altrove» significò anche molto lontano. Negli anni successivi le tracce di Gilardi conducono nella penisola iberica. Nel giugno 1867 Alejandro Gilardi si esibiva a Jerez de la Frontera come «prestidigitador físico-mecánico» : tra i suoi numeri figuravano un canarino obbediente, carte che rispondevano ai comandi attraverso una «experiencia electro-magnética» e soprattutto una «botella diabólica» , dalla quale prometteva di ricavare 1.200 bicchieri di liquore per gli spettatori. (4) Nel marzo 1868 era a Madrid: dopo il successo ottenuto al Teatro del Circo, il 22 marzo si esibiva al Teatro de Variedades. (5) Chissà come facesse a far sparire quattro persone. E chissà, soprattutto, dove tenesse 1.200 bicchieri. Ma lo sappiamo: erano trucchi suggestivi. Di certo, per qualche settimana dell’estate del 1851, anche Aosta ebbe il suo Merlino. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) «Feuille d’annonces d’Aoste» , 30 luglio 1851. (2) «Il Pirata. Giornale di letteratura, teatri e varietà» , anno XV, n. 44, 27 aprile 1850, p. 184; n. 47, 18 maggio 1850. (3) «Feuille d’annonces d’Aoste» , 30 agosto 1851. (4) José María Aguilar García, «Historia del teatro en Jerez de la Frontera durante la segunda mitad del siglo XIX» , Universidad Nacional de Educación a Distancia, p. 1870: «El Guadalete» , 2 giugno 1867, n. 4.501. Gilardi tenne rappresentazioni al Teatro Principal nei giorni 2, 5, 9 e 16 giugno 1867. (5) «Gaceta de Madrid» , 21 marzo 1868, n. 81, p. 15, «Boletín de teatros» e «Espectáculos». Il giornale annunciava per il giorno seguente, 22 marzo 1868, al Teatro de Variedades, una «Gran función dividida en tres partes, por el célebre prestidigitador físico-mecánico D. Alejandro Gilardi» .

Il mistero delle cavallette di Étroubles Nell’estate del 1857, a Étroubles, le cavallette stavano mangiando tutto. O, almeno, questo era ciò che gli abitanti temevano vedendole moltiplicarsi nei campi e aggredire le giovani colture. Il giornale «L’Indépendant» parlava di un’invasione che sembrava destinata a « dévorer toute la poussée des semailles» . (1) Di fronte a una calamità del genere, in una comunità di montagna di metà Ottocento, ci si rivolse anche al cielo. Il 23 agosto l’amministrazione comunale propose una raccolta volontaria di grano. Il ricavato sarebbe stato trasformato in pane e portato all’ospizio del Gran San Bernardo come elemosina, affinché il santo proteggesse la campagna dal flagello. L’arciprete annunciò l’iniziativa quella stessa domenica e i consiglieri cantonali si incaricarono della raccolta. La mattina di domenica 6 settembre, mentre il pane raccolto dagli abitanti veniva caricato su un mulo per essere condotto al Gran San Bernardo, sulla «belle côte d’Etroubles» si presentò uno spettacolo inatteso. Le erbe e le piante erano coperte di piccoli cadaveri. Erano le cavallette. Sull’estremità di un rametto d’assenzio lungo appena una decina di centimetri se ne contarono quindici. Alcuni sostenevano di avere visto nuvole di cavallette scendere verso i ruscelli e poi precipitarvisi «comme si quelqu’un les y avait poussées» , come se qualcuno ve le avesse spinte. Per molti abitanti di Étroubles la spiegazione era evidente: san Bernardo aveva ascoltato le loro preghiere. La vicenda, però, non era isolata. Nello stesso 1857 «L’Indépendant» segnalava anche a Saint-Pierre una «quantité extraordinaire de sauterelles» che minacciava le semine. Anche lì la risposta fu religiosa: una novena di preghiere pubbliche, tre giorni di digiuno, confessioni, comunioni e infine una processione generale intorno alla parrocchia. (2) D’altra parte, in quegli stessi decenni le cavallette costituivano un problema reale anche sull’altro versante delle Alpi. Rimane però la domanda più curiosa: che cosa uccise le cavallette di Étroubles? Una risposta certa è ormai quasi impossibile. Possediamo però un indizio che il cronista del 1857 non poteva conoscere. Esistono funghi patogeni capaci di provocare vere e proprie epidemie fra le cavallette. Fra questi vi è il complesso oggi chiamato «Entomophaga grylli» . L’insetto infettato manifesta un comportamento caratteristico: prima di morire sale sulla vegetazione e rimane aggrappato alle parti alte della pianta. È un fenomeno talmente particolare da essere conosciuto come «summit disease» . Le epizoozie sono inoltre favorite da condizioni di elevata umidità. (3) C’è persino un piccolo indizio meteorologico a tale proposito. Il 24 agosto, quando l’infestazione di Étroubles era già in corso, ad Aosta piovve dal pomeriggio fino a tarda notte: la «Feuille d’Aoste» misurò tre centimetri di precipitazione, circa 30 millimetri, precisando che la temperatura rimaneva piuttosto elevata per la stagione. (4) È un dato che indica come in quei giorni fossero presenti almeno localmente condizioni di pioggia e temperature relativamente miti, compatibili con quelle che possono favorire un’epizoozia fungina. Fu davvero «Entomophaga» ? Non possiamo saperlo. Rimane inoltre senza una spiegazione soddisfacente il curioso comportamento degli insetti osservati presso ruscelli e stagni. Forse è proprio questo a rendere così curiosa la storia. E così, fra un santo invocato sul Gran San Bernardo, un fungo microscopico e quindici cavallette morte sulla punta di un rametto d’assenzio, il piccolo mistero di quella domenica di settembre rimane ancora aperto. - Foto di copertina: Un ortottero fotografato a Cogne. La specie delle «sauterelles» che invasero Étroubles nel 1857 non è conosciuta. Foto dell’autore. (1) «L’Indépendant» , 11 settembre 1857. (2) «L’Indépendant» , 15 settembre 1857. (3) Raymond I. Carruthers, Mark E. Ramos, Timothy S. Larkin, Donald L. Hostetter, Richard S. Soper, «The Entomophaga grylli (Fresenius) Batko Species Complex: Its Biology, Ecology, and Use for Biological Control of Pest Grasshoppers» , in Mark S. Goettel, Dan L. Johnson (a cura di), «Microbial Control of Grasshoppers and Locusts» , «Memoirs of the Entomological Society of Canada», vol. 129, supplemento 171, 1997, pp. 329–353. (4) «Feuille d’Aoste» , 27 agosto 1857.

Aosta... elettrica Nel 1885 Aosta aveva conquistato un primato destinato a rimanere nella sua storia: era stata la prima città italiana a dotarsi di un’illuminazione pubblica alimentata interamente dall’elettricità. Venticinque anni dopo, però, la luce era ormai soltanto una delle tante applicazioni di quell’energia che stava entrando, quasi senza fare rumore, nella vita quotidiana della città. Il 23 settembre 1910 il giornale valdostano «Le Mont-Blanc» tracciava infatti un curioso quadro. L’elettricità illuminava le strade e le abitazioni e alimentava le comunicazioni telefoniche, ma intanto aveva cominciato a far funzionare anche tipografie, falegnamerie e carrozzerie. Serviva per impastare il pane, produrre birra e acque gassate, lavorare il burro nelle latterie, aerare le cucine e i magazzini del formaggio, pompare l’acqua, arrotare gli attrezzi, macinare il caffè e le spezie. E faceva suonare persino l’organo della cattedrale. Anche l’illuminazione della stazione ferroviaria era entrata nella nuova epoca. Era però soltanto l’inizio. Il giornale faceva infatti questa lunga premessa per presentare ai lettori una novità molto più vicina alle incombenze quotidiane delle famiglie: la sega elettrica a domicilio. La macchina era montata su un carro e poteva essere trasportata direttamente nei cortili. Una volta arrivata, bastava collegarla alla rete elettrica e metterla al lavoro. Secondo il giornale, in appena due ore riusciva a segare la quantità di legna che avrebbe richiesto a un uomo due intere giornate di fatica: una differenza tutt’altro che trascurabile. E le sorprese continuavano. Dall’Esposizione di Bruxelles giungeva infatti notizia di piccole macchine frigorifere azionate dall’elettricità. Promettevano di produrre ghiaccio direttamente sul posto e di conservare carne e bevande senza ricorrere alle tradizionali ghiacciaie. Oggi quelle novità difficilmente riescono a evocare l’idea di un mondo nuovo, ma in quegli anni il progresso correva e cambiava profondamente la vita quotidiana, soprattutto in un’Aosta che da borgo di campagna si stava rapidamente trasformando in città industriale. Il giornale non sbagliava a parlare apertamente di «une révolution». - Immagine di copertina: cartolina d'epoca (primi Novecento)

I ghiacciai del Monte Bianco si stanno riducendo «I ghiacciai diminuiscono». Potrebbe essere il titolo di un giornale di oggi. Invece la notizia apparve sul valdostano «Le Mont-Blanc» il 14 aprile 1899. I numeri riportati dal giornale sui ghiacciai del settore settentrionale del massiccio del Monte Bianco erano tutt’altro che rassicuranti. Il ghiacciaio del Tour si trovava ormai a un chilometro dalle sue antiche morene. Quelli del Trient, di Petoud e di Gran erano anch’essi in diminuzione. L’Argentière, in un solo anno, aveva perso 63 metri e 60 centimetri in lunghezza e una ventina di metri per lato in larghezza; anche il suo spessore si era ridotto. La Mer de Glace se l’era cavata meglio: appena sei metri di arretramento. Il dato impressionante riguardava però il ghiacciaio dei Bossons: 152 metri persi in un anno, 60 in larghezza e 20 in spessore. Secondo i calcoli riportati dal giornale, durante l’estate la sua fusione aveva prodotto una quantità d’acqua equivalente a quella contenuta in un blocco di ghiaccio di 140.000 metri cubi. A rendere la notizia ancora più interessante era l’osservazione di Venance Payot (1826-1902), naturalista e geologo di Chamonix, che seguiva da quasi mezzo secolo le variazioni dei ghiacciai del massiccio del Monte Bianco. Lo studioso dichiarava di non avere «jamais constaté une pareille décroissance» , ossia di non aver mai osservato una diminuzione simile. Insomma, nell’aprile del 1899 «Le Mont-Blanc» raccontava ai valdostani che i ghiacciai del Monte Bianco arretravano, si accorciavano, si assottigliavano e perdevano enormi e impressionanti quantità di ghiaccio. Certo è che sul versante valdostano del massiccio la storia non era poi così diversa: dopo l’espansione culminata negli ultimi anni dell’Ottocento, anche qui i ghiacciai stavano tornando a ritirarsi. Poi, immediatamente sotto l’articolo, arrivava la breve rubrica del tempo: «Pioggia, vento, neve e freddo: ecco la bella primavera della Valle d’Aosta». Sembra quasi una chiusa perfetta: mentre i ghiacciai arretravano in maniera impressionante, il giornale annotava che in Valle d’Aosta continuava a fare freddo, nevicava e la primavera, già inoltrata, tardava ad arrivare. Articolista e meteorologo, a quanto pare, forse non si erano incontrati. Era il 1899. -Immagine di copertina: cartolina epoca viaggiata nel 1927

Le monete valdostane che davano fastidio al re di Francia Nel 1556 il re di Francia Enrico II, tra i mille problemi, ne aveva uno curioso: nel suo regno circolavano anche gli «escus de la Valdoste» , gli scudi valdostani. Niente di strano, se non ci fosse stata la guerra. Gli Stati sabaudi erano stati infatti in gran parte occupati dai Francesi, mentre la Valle d’Aosta era rimasta fuori dal conflitto grazie a una politica di neutralità. In una situazione eccezionale, mentre il duca di Savoia conservava sulla Valle la propria sovranità, il governo valdostano, il «Conseil des Commis» , guidava il paese, conduceva una propria attività diplomatica e militare e, dal 1549, ad Aosta batteva anche moneta. Su quelle monete, però, oltre alla dicitura «AUG. PRAETORIA» («Augusta Prætoria»), continuavano a comparire le armi dei Savoia. E così gli scudi valdostani che passavano il confine finivano per far circolare in Francia anche il simbolo di un principe nemico. C’era poi un problema assai più concreto. Gli scudi della Valle d’Aosta venivano accettati a un certo valore, ma secondo la «Cour des monnaies» francese valevano un po’ meno. Il 23 maggio 1556 furono quindi inseriti, insieme ad altre monete straniere, in un provvedimento che ne proibiva la circolazione. (1) La vicenda racconta bene quegli anni singolari. Mentre eserciti e sovrani si contendevano l’Europa, una piccola moneta uscita dalla zecca di Aosta, nei pressi del teatro romano, riuscì ad attraversare le Alpi e a procurare qualche grattacapo al re di Francia. - Immagine di copertina: Monete della zecca di Aosta di proprietà dell'autore. (1) E. Bollati, «Le Congregazioni dei tre Stati della Valle d’Aosta» , pp. 474-475, n. 1; A. Fontanon, «Les Edicts et Ordonnances des Roys de France» , t. II, Paris, 1611, pp. 161-162; M. Orlandoni, «Antiche monete in Val d’Aosta» , p. 128.

Mistero tra i ghiacci del Cervino Nel settembre del 1885 Alexandre Pession, guida di Valtournenche, percorreva i pascoli sopra Giomen e La Barma, nei pressi del ghiacciaio del Colle del Teodulo (3.316 m), quando vide affiorare dal ghiaccio una grossa trave di legno. Cominciò a scavare. Comparvero altre assi, dodici in tutto. Che cosa ci facevano tutti quei legni a quell'altitudine? Lo scavo continuò e dal ghiaccio cominciarono a uscire altri oggetti: brandelli di abiti, grani di rosario, medaglie, due croci d'argento apribili, reliquiari, una piccola botte, persino dei noccioli di ciliegia. C'erano anche alcuni nodi di corda in legno. Uno portava incisa una data: 1582. A quel punto comparvero i morti. Erano due, disposti a forma di croce. E insieme a loro c'erano due teste di cavallo e otto zampe ancora ferrate. Che cosa era accaduto lassù? La notizia scese presto a valle. In paese si dovette parlare parecchio di quei due morti riemersi dal ghiaccio e anche i giornali cominciarono a interrogarsi sulla loro identità. Soldati posti a guardia di un avamposto? Pellegrini diretti all'abbazia svizzera di Einsiedeln? Mercanti piemontesi sorpresi da una tormenta? (1) Dopotutto il Teodulo era una via percorsa da secoli. Nel 1891, nella stessa zona, vennero alla luce vecchie monete, tra le quali una ventina di esemplari romani in bronzo e argento, alcuni risalenti all'età di Augusto e di Diocleziano. (2) Tutti indizi di un passaggio frequentato da lungo tempo. Ma chi erano quei due uomini che attraversavano il Teodulo sul finire del Cinquecento? E soprattutto, a cosa servivano quelle dodici lunghe assi? A costruire forse un riparo? Per capirlo ci si può affidare alle descrizioni del funzionario sabaudo Philibert-Amédée Arnod, che nel 1691 raccontò i passaggi e i colli valdostani. Scrisse che le condizioni del ghiacciaio – erano gli anni della Piccola età glaciale – e i numerosi crepacci obbligavano «les passants » a portare con sé delle assi per attraversarli. (3) Quei due uomini, dunque, potevano essere semplicemente dei viaggiatori, attrezzati per il passaggio. Qualcosa, purtroppo, accadde. Li sorprese forse una tormenta? Per trecento anni il ghiaccio custodì i loro corpi, i cavalli, le assi, le croci, persino i noccioli delle ciliegie che avevano portato con sé. Nel settembre del 1885 restituì tutto. Tranne i loro nomi. - Immagine di copertina: cartolina d'epoca (1) Sulla scoperta del 1885 e sulle ipotesi formulate intorno all’identità dei due uomini: «Feuille d’Aoste» , 2 settembre 1885; «Le Patriote» , 4 settembre 1885; «L’Eco dell’Industria» , 6 settembre 1885; «L’Echo du Val d’Aoste» , 11 settembre 1885; «Le Bien public» , 22 settembre 1885. (2) Sul ritrovamento, nel 1891, delle monete antiche nella zona del Teodulo: «Feuille d’Aoste» , 7 ottobre 1891. (3) P.-A. Arnod, «Relation des passages de tout le circuit du Duché d’Aoste venant des provinces circonvoisines avec une sommaire description des montagnes» (1691 e 1694), in «Archivum Augustanum», I, 1968, p. 55.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono... emigrati Cogne possedeva una grande montagna di ferro. Eppure, nella seconda metà dell’Ottocento, molti «cogneins» furono costretti ad andarsene per cercare lavoro altrove. Dopo la lunga stagione di César-Emmanuel Grappein, la miniera di magnetite attraversò infatti decenni difficili. Direttori, affittuari e tentativi di rilancio si susseguirono senza riuscire a garantire continuità allo sfruttamento. Nel 1869 Joseph-Antoine Jeantet ricordava che da molto tempo i filoni erano abbandonati o sfruttati soltanto a intervalli da alcuni privati di Cogne. La situazione precipitò negli anni successivi. Nel 1874 il Comune, proprietario della miniera, tentò di metterla all’incanto, m la vendita andò deserta. Nell’aprile dello stesso anno la «Feuille d’Aoste» descriveva una situazione quasi paradossale: Cogne possedeva un filone ritenuto forse il più ricco d’Europa, ma nessuno lo affittava, il minerale estratto non veniva venduto e gli operai erano «sans pain et sans travail» , senza pane e senza lavoro. Alcuni reclamavano persino gli stipendi arretrati. (1) La situazione era diventata tanto grave che il sindaco aveva dovuto scrivere all’estero per cercare un’occupazione ai minatori rimasti senza lavoro. «Quelles en sont les nombreuses causes?» , si chiedeva il giornale. Due anni dopo capiamo che cosa stava accadendo. Nell’aprile del 1876 la «Feuille d’Aoste» annunciava che 150 «cogneins» erano partiti durante l’inverno per diverse città della Svizzera. Nemmeno lì, però, avevano trovato fortuna. Il cattivo tempo aveva impedito a molti di lavorare e il giornale raccontava che quasi tutti vivevano «dans une profonde misère» . (2) Centocinquanta persone erano già moltissime per una comunità come quella di Cogne. Ma non erano tutte. Nel febbraio del 1883, mentre si tornava a discutere del futuro della miniera, «L’Écho du Val d’Aoste» parlava ormai di «300 Cogneins émigrés» . Trecento emigrati. (3) Il giornale osservava che la semplice prospettiva di non dover più pagare le imposte comunali non ne avrebbe fatto tornare neppure uno. Soltanto una vera ripresa della miniera avrebbe potuto cambiare le cose: allora, scriveva, nessuno sarebbe più andato o rimasto all’estero «pour gagner sa vie» . Per guadagnarsi da vivere. La miniera continuava intanto a passare attraverso nuovi tentativi di affitto, vendita e sfruttamento. Bisognò attendere la fine del secolo perché cominciasse a profilarsi quella trasformazione industriale che avrebbe cambiato profondamente Cogne. E la cosa avrebbe cambiato anche la direzione degli uomini. Nel Novecento, infatti, sarebbero stati lavoratori provenienti da altri luoghi a raggiungere Cogne per lavorare nella sua miniera; pochi decenni prima era accaduto esattamente il contrario: erano i «cogneins» a dover partire. Eran trecento. Ed erano emigrati. - Immagine di copertina: Stazione di carico Liconi, « L’Illustrazione Italiana » , 7 giugno 1914, p. 564. (1) Edizione del 22 aprile 1874. (2) Edizione del 5 aprile 1876. (3) Edizione del 9 febbraio 1883.