Quella voglia valdostana di Svizzera

Mauro Caniggia Nicolotti • 6 dicembre 2020
Quella voglia valdostana di Svizzera

La storia ci ha raccontato molte vicende, che spesso tendiamo a confondere... 

Tanti, per esempio, credono che le particolarità della Valle d’Aosta e la lingua francese siano in qualche modo caratteristiche legate alla Francia, per quanto con essa i valdostani siano quasi sempre stati in guerra e solo dal 1860 vi confinano territorialmente. Lingua francese, peraltro, che in Valle è stata impiegata negli atti pubblici a partire dal 1536, vale a dire ben tre anni prima dell'Esagono. 

Ancora meno si conoscono i frequenti contatti e le affinità che la Vallée ha avuto ed ha con i territori posti oltre le Alpi Pennine; legami talmente forti da farci guardare oltre il Gran San Bernardo con un certo interesse... a tal punto che in passato la tentazione di diventare svizzeri non è stata un episodio sporadico.

L’idea di aggregare la Valle d’Aosta alla Svizzera, infatti, è maturata più volte nel corso del tempo. 
Ipotesi alle quali sono poi seguite anche delle richieste più o meno esplicite di annessione.

Ed oggi? E' ancora argomento di un qualche interesse per i valdostani?...

Per approfondire l'argomento...

La prima occasione si presentò nel XVI secolo quando la Valle d’Aosta - in un momento di guerra e di crisi politica sabauda - si ritrovò a far da sé e si organizzò praticamente come fosse uno Stato; vale a dire quando alcuni emissari svizzeri protestanti tentarono di diffondere la Riforma in Valle d’Aosta, anche in un’ottica di annessione territoriale. In quegli anni a diversi valdostani piacque l’offre de les faire alliers aux cantons suisses protestants, parmy lesquels ce duché seroit compté pour un canton.(1) 
Forse quello sarebbe stato un momento propizio, considerati gli stretti legami economici e linguistici che i valdostani avevano costruito con quelle terre che da sabaude erano divenute svizzere. 

Il progetto non fu portato a compimento, sia perché alla maggioranza dei valdostani non convinceva la riforma propugnata dai protestanti, sia per la ferma azione di difesa della religione cattolica ad opera del ben organizzato e radicato clero valdostano. Non a caso nel 1554 da Aosta furono presi contatti con i rappresentanti dei cinque cantoni cattolici della Svizzera (Lucerna, Uri, Schwitz, Unterwals e Zug), pregando loro di intervenire con lo Stato del Vallese al fine di evitare quelle gravi conseguenze che si sarebbero avute a seguito di una loro invasione in Valle d’Aosta. Varie vicissitudini convinsero i vallesani a rinunciare ai loro propositi. (2)

Un secondo avvenimento similare è databile alla fine del XVII secolo, quando i Savoia sembravano nuovamente intenzionati a sopprimere le prerogative locali. 
Di fronte a questa nuova ondata accentratrice, molti valdostani si riunirono (ovviamente in gran segreto) proponendo un’eventuale richiesta di adesione alla Svizzera da perseguire nel caso non fossero state ripristinate le prerogative valdostane. 
La rivolta progettata prevedeva l’occupazione del castello di Bard, quindi il controllo del passaggio con il Piemonte et puis on est dans le dessein de se donner aux Suisses.(3) 
Il cospicuo donativo ai Savoia a cui furono nuovamente chiamati i valdostani costituì il prezzo per la conferma dei loro antichi diritti, facendo così rientrare ogni proposito di rivolta. 

Ma cosa attirava i valdostani della Svizzera? 
Sicuramente l’organizzazione di tipo confederale dello Stato elvetico rappresentava l’elemento più attraente per un popolo come quello valdostano, abituato ad operare in una relativa autonomia amministrativa. 
In quest’ottica appariva perfetto un contesto di un potere forte dal basso, che potesse delegare ad un’autorità superiore la guida e alcune funzioni fondamentali; quindi delega dal basso verso l’alto, piuttosto che il contrario. Elementi costanti nel tempo verso i quali - come evidenziato in precedenza - guardarono con grande interesse anche il dottor César Emmanuel Grappein (1772-1855) ed Emile Chanoux (1906-1944), quest’ultimo riconoscendo alla Svizzera un possibile ruolo di unificazione dei piccoli popoli del centro Europa posizionati sia a nord, sia a sud delle Alpi; e ciò in prospettiva di una futura possibile comunità europea.(4)

Fu probabilmente su questi presupposti che nuove istanze di annessione alla Svizzera si levarono verso la fine della Seconda guerra mondiale (e anche successivamente), come possibile soluzione dopo il conflitto. Il giornale elvetico La Liberté, che si rifaceva a fonti italiane,(5) rivela che già nel giugno 1944 alcuni separatisti valdostani avevano varcato il confine per incontrare le autorità federali al fine di proporre un’annessione della Valle alla Confederazione Elvetica, la quale rigettò tale proposta, ritenendola identica a tutte quelle che venivano usualmente avanzate dai popoli confinanti sconfitti in una qualche guerra.

A fronte delle numerose voci di annessione, non è chiaro se dalla Svizzera fosse giunto un qualche tipo di incoraggiamento. Il giornale elvetico Confédéré del 22 giugno 1945, nell’affrontare la questione valdostana aveva precisato molto chiaramente, infatti, come depuis quelques jours, nos voisins de la province d’Aoste font beaucoup parler d’eux. Nous ne prendrons parti ni pour le mouvement autonomiste ni pour le mouvement séparatiste.

Le voci su una possibile annessione alla Svizzera, comunque, non dovettero essere una semplice boutade avanzata da qualcuno, magari solamente per mettere pressione a chi si stava occupando del destino della Valle in quei delicati frangenti. 
A tale proposito, nell’ambito di una dichiarazione rilasciata il 3 ottobre 1945 dall’ex Presidente del Consiglio dei Ministri, Nitti, comparvero alcuni cenni sibillini che potrebbero leggersi come riferiti all’ipotesi di pretese svizzere sulla Valle; relativamente alle cosiddette autonomie, Nitti affermava, infatti, come di questa povera Italia ognuno vuol prendere qualche cosa. Gli stranieri (e anche nazioni minori!) avanzano aspirazioni territoriali e pretese assurde e ridicole. (...) I movimenti artificiali che furono determinati non ebbero certamente origine Italiana e nemmeno, bisogna onestamente riconoscerlo, del governo francese; ma furono però iniziative individuali non italiane.(6)
Passaggi volutamente criptici, ma che potrebbero anche essere interpretati come riferiti ad iniziative di provenienza filo-svizzera. 
Non solo, perché diversi mesi dopo il già citato giornale Conféderé - che nel giugno 1945 si era dichiarato neutrale sulla questione - nell’edizione del 25 febbraio 1946, in merito alla richiesta dei valdostani di coinvolgere addirittura le Nazioni Unite nella salvaguardia delle loro particolarità, si mostrava preoccupato “se tale appello sarebbe stato ascoltato”, conscio della notevole rilevanza “esplosiva” che un tale pronunciamento avrebbe potuto avere sui destini delle minoranze in tutta Europa.(7) 

Come sempre, però, la politica, la diplomazia e le aspirazioni delle persone seguono spesso percorsi differenti, talvolta senza riuscire a trovare una soluzione condivisa. 
Se mai in quegli anni delicati la Confederazione Elvetica fosse stata realmente intenzionata ad allargare i suoi confini verso sud, l’idea venne accantonata per differenti e complesse considerazioni; non ultima anche la necessità di evitare l’apertura di dissidi internazionali con la nascente Repubblica Italiana,(8) uscita devastata dal conflitto. 
In realtà l’idea di unione alla Svizzera non tramontò definitivamente. Ancora nel 1950 e quindi in piena guerra-fredda, infatti, la stampa parlò apertamente di una tale ipotesi - che fece sensazione a Roma - in caso di entrata in guerra dell’Italia (...) au cours d’une réunion, les Valdotains ont accepté une proposition aux termes de laquelle, en cas d’entrée en guerre de l’Italie, la région autonome de la vallée d’Aoste devrait se détacher de l’Italie et demander son rattachement à la Suisse.(9)


(1) J.-B. De Tillier, Historique de la Vallée d’Aoste, p. 162. (2) J.-A. Duc, Histoire de l’Eglise d’Aoste, V, p. 399. (3) R. Nicco, La questione valdostana e la conferenza di Parigi, in Confini contesi. La Repubblica italiana e il Trattato di pace di Parigi (10 febbraio 1947), pp. 75-76. (4) Ibidem. (5) La Liberté dell’8 giugno 1945 cita il Corriere d’Informazione di Milano. (6) La Stampa, 4 ottobre 1945. (7) Les Nations unies prendront-elles parti pour les Valdôtains contre l’Italie? Nous ne pouvons hasarder aucun pronostic à ce sujet. Quoi qu’il en soit, s’il est vrai que les peuples ont le droit de disposer d’eux-mêmes, il faut souhaiter que cette question fasse l’objet d’une étude approfondie. Le problème des minorités est délicat entre tous, dangereux même, autant que le pire des explosifs. Les habitants de l’Europe centrale sont bien placés pour le savoir. (8) R. Nicco, op. cit., p. 76. (9) Rhône, 3 marzo 1950.

Fonte argomento:: 
M. Caniggia Nicolotti, L. Poggianti, Idee, aspirazioni e percorso di autogoverno valdostano. La lungimiranza di un piccolo popolo, pp. 68-71.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 26 giugno 2026
Un neonato tra i cespugli di Bramafam (1877) Nel 1877, nei pressi del castello di Bramafam di Aosta, un giornale locale raccontò un fatto che si collocava ai limiti della cronaca nera. In un cespuglio, in un prato, era stato trovato un neonato, un maschietto, abbandonato da poche ore. A rinvenirlo fu la signora Degrandi. La piccola creatura godeva, scrisse il giornale, di perfetta salute. Fu affidata immediatamente all’autorità competente, registrata e collocata in un ricovero, mentre furono avviate le indagini di polizia per risalire a chi l’avesse esposta così, di nascosto, alla sorte, come si leggeva, «pour découvrir l’auteur dénaturé de cette exposition clandestine» . (1) Il giornale aggiungeva un dettaglio di pietà verso il trovatello che, con «louable charité» , il signor Degrandi si offrì di farsi carico personalmente del battesimo del bambino. (2) Lo stesso giornale ricordava che Jean Degrandi teneva «l’auberge du Jardin des Plantes» in via Challand e, l’anno successivo, annunciava l’apertura, sempre a suo nome, di un nuovo albergo nei pressi dell’attuale piazza Chanoux, con camere, cortile, scuderia e servizio curato. La famiglia Degrandi compariva dunque più volte nelle cronache cittadine di quegli anni come una famiglia, agiata e ben inserita nel tessuto sociale di Aosta. (3) Chissà, forse avrebbero potuto prendersi cura di quel bimbo. È soltanto un’ipotesi che viene oggi, ragionando col senno di poi. Qualche settimana dopo, però, la stampa tornò sulla vicenda. La madre del bambino era stata finalmente rintracciata e, cosa che il cronista sottolineava con un certo sollievo, l’istruttoria aveva escluso ogni idea di abbandono o, peggio, di delitto: il fatto sarebbe stato imputato a un semplice «malheur arrivé par… accident» . Una giustificazione poco chiara, senza ulteriore eco, ma, comunque fossero andate davvero le cose, con quella decisione giudiziaria fu posta fine a quella brutta vicenda. La vicenda si chiuse così, almeno sulla carta. Restò il silenzio. E nello scoramento che ancora oggi lascia leggere simili notizie, forse c’è almeno una certezza, anche se poco gratificante: a tragedie come questa non ci si abitua mai.  - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) L’Écho du Val d’Aoste , 18 giugno 1877. (2) L’Écho du Val d’Aoste , 20 agosto 1877. (3) L’Écho du Val d’Aoste , 15 ottobre 1877, 23 settembre 1878.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 22 giugno 2026
Spostateviii!!! Anno 1896. Piena estate. Centro di Aosta. In quei giorni la città sembrava in balia del vento. Un «venticello» - scriveva un giornale - soffiava senza tregua «dal levare al tramontare del sole» , trasformandosi talvolta quasi in uragano. In piazza si vedevano volare cappelli e gonfiarsi gonne, mentre terriccio e polverame, vetri, lanterne e oggetti d’ogni sorta finivano per aria. Volteggiavano qua e là freneticamente, mentre quelli più pesanti tornavano giù veloci e pericolosi come proiettili. Fu proprio a causa di una folata, per esempio, che il grosso fanale appeso alla porta dell’allora birreria Bieler precipitò a terra. «Guai se sotto vi fosse stato qualcuno!», commentava il cronista. (1) Forse fu quel ventaccio a spaventare anche un cavallo la sera del 9 luglio, un giovedì. Un carro, guidato da un «giovinotto, di cui ignoriamo il nome» , (2) scendeva dal sobborgo di Saint-Etienne lungo rue Croix-de-Ville quando, all’improvviso, il cavallo si imbizzarrì. (3) «Di subito la bestia adombratasi per non sappiamo qual motivo si diede a corsa sfrenata» . Il quadrupede si lanciò allora senza sosta, veloce come il vento, seminando rumore, paura e un fuggi fuggi generale. (4) Per un istante la via sembrò sprofondare nel timore del peggio. La corsa dell’animale finì contro la vetrina di un orologiaio di via Aubert, «mandandogli in frantumi vetri, ed in aria orologi, sveglie, catenelle, ecc...» . Mentre alcuni passanti accorrevano per fermare il cavallo, il giovane conducente giaceva a terra svenuto, sbalzato nel tentativo di riprenderne il controllo. Poi tutto si calmò e sembrò tornare al suo posto, tranne, ovviamente, i danni. Paradossalmente, in quell’inizio di luglio del 1896, ad Aosta, tra animali imbizzarriti, fanali volanti, cappelli in fuga e gonne ribelli, le uniche cose davvero ferme furono gli orologi dell’orologiaio, danneggiati e sparsi tra la vetrina e il pavimento della bottega: uno scenario degno di Dalì e dei suoi orologi «molli». - In copertina: cartolina d'epoca. (1) L’Alpino , 10 luglio 1896. (2) L’Alpino , 17 luglio 1896. (3) Le Duché d’Aoste , 15 luglio 1896. (4) L’Alpino , 17 luglio 1896. 
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 14 giugno 2026
“Vi telefono… o aspetto il cane San Bernardo?” Il telefono arrivò sui colli valdostani nel 1887, soprattutto come supporto ai salvataggi di chi si trovava in difficoltà a causa delle condizioni climatiche. «La Valigia» annunciò che a dicembre era stata impiantata una comunicazione telefonica tra l’Ospizio del Piccolo San Bernardo, le case cantoniere e La Thuile, con apparecchi «del sistema Bell-Blake» , e ricordò che un servizio simile era già in funzione «da qualche tempo prima» tra l’Ospizio del Gran San Bernardo, la Cantina e l’ufficio telegrafico di Saint-Rhémy-en-Bosses. (1) Il 17 dicembre due carabinieri di Étroubles, segnalati di passaggio al valico, non giunsero a Saint-Rhémy-en-Bosses perché colti da una valanga. Due squadre di soccorso, allertate con una telefonata, li trovarono «au fond d’un couloir», stremati e in condizioni serie, e riuscirono a portarli in salvo. (2) La notizia attraversò rapidamente le Alpi e anche la Manica. La londinese «St James’s Gazette» , sotto il titolo «The Telephone in the Alps» , presentò il nuovo collegamento come uno strumento destinato a ridurre «the number of fatal accidents annually happening among French and Italian workmen while crossing the mountains between October and May» , cioè «il numero di incidenti mortali che ogni anno colpivano operai francesi e italiani nell’attraversamento dei passi tra ottobre e maggio» . (3) Quasi quindici anni dopo, il sistema era talmente entrato nell’uso da produrre anche una certa ironia. «Le Duché d’Aoste» del 14 agosto 1901, riprendendo il vallesano «L’Ami du Peuple» , raccontò di un turista francese che, sorpreso dalla nebbia, si sedette su una pietra aspettando i cani dell’ospizio. Il viaggiatore, definito con ironia «notre original tartarin» (allusione a Tartarino di Tarascona, personaggio spaccone e un po’ ingenuo di Daudet), non demordeva dal suo intento e continuò ad attendere i celebri cani del San Bernardo. I cani ovviamente non arrivarono. Poi il tempo migliorò e il "deluso cinofilo" giunse senza problemi all’ospizio. Reclamò. I religiosi, con molta pazienza, gli spiegarono che i loro ausiliari si muovevano soltanto su segnalazione o dopo una chiamata telefonica. Lungo la strada, sui due versanti, i rifugi erano dotati di apparecchio e, non appena giungeva una chiamata, partiva un uomo con il cane verso il punto indicato. L’animale portava al collo un paniere con pane, formaggio e vino. Anche nel cuore dell’inverno transitavano quotidianamente sei o sette persone attraverso il colle, che annualmente vedeva il passaggio di non meno di 15.000 lavoratori, mentre l’ospizio ospitava migliaia di viaggiatori e pellegrini. «Grâce au téléphone, on le sait, les accidents sont désormais très rares» , concludeva il giornale. E in effetti, anche se il vecchio cane San Bernardo continuava a fare la sua parte, ormai pure una telefonata poteva salvare delle vite. - Immagine di copertina: cane san Bernardo; cartolina d'epoca. (1) Edizione del 12 febbraio 1888. (2) Feuille d’Aoste , 4 gennaio 1888. (3) Edizione del 27 dicembre 1887.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 11 giugno 2026
Aosta e... gli oggetti volanti In passato, molte volte la città di Aosta fu teatro di episodi tanto curiosi quanto pericolosi. A quanto pare, finestre, balconi e davanzali sembravano talvolta animarsi di vita propria, trasformandosi in vere e proprie rampe di lancio dalle quali gli oggetti più comuni prendevano il volo come proiettili. Il 24 luglio 1875, per esempio, due signori stavano passeggiando lungo via Porta Pretoria quando un enorme coperchio di baule precipitò ai loro piedi con un fragore impressionante, tanto da gettare il panico tra i passanti. Se fosse caduto un solo istante più tardi, avrebbe potuto colpire uno dei due uomini alla testa. Lo scampato pericolo spinse un giornale locale a commentare l’accaduto con una punta d’ironia chiedendosi se gli appartamenti soprastanti non fossero abitati da qualche «briseur de têtes» . «Nous ne le croyons pas» , si rispondevano subito i cronisti, invitando però la polizia municipale a sorvegliare con maggiore attenzione. (1) Qualche anno più tardi fu invece una giovane domestica a pagare il prezzo di una finestra maneggiata con troppa leggerezza. Mentre percorreva via De Tillier, una vera e propria pioggia di vetri precipitò dal secondo piano di un edificio colpendola alla testa. I frammenti, scrisse il giornale, «s’y enfoncent et la lui labourent» , provocandole una ferita così grave da farle perdere i sensi. La ragazza fu soccorsa e quindi accompagnata «à la pharmacie de l’hôpital où ses blessures sont pansées et bandées» . Il cronista, che aveva aperto l’articolo con un eloquente «Attention aux fenêtres» , concluse osservando che si trattava di un incidente che avrebbe potuto avere conseguenze funeste e di cui il responsabile non poteva essere considerato esente da colpe. (2) Il caso più incredibile, però, fu quello che coinvolse un giovane abitante dell’attuale via Porta Pretoria. Nella notte del 16 agosto 1903 il ragazzo si era addormentato appollaiato alla finestra del terzo piano della propria abitazione. Nel sonno scivolò oltre il parapetto, ma si risvegliò all’improvviso riuscendo ad aggrapparsi ai fili del telegrafo. La caduta, « d’une hauteur de dix mètres» , fu in parte rallentata dai cavi, ai quali rimase sospeso per qualche istante prima di precipitare al suolo. La sua avventura si concluse con una gamba rotta e diverse lesioni al capo. (3) Sono alcune tra le cento storie che Aosta restituisce dai cieli del passato. Non erano oggetti non identificati, ovvio, ma volanti sì.  - In copertina: cartolina d'epoca, via de Tillier, Aosta. (1) Parmi les locataires de la maison du notaire Rosset y a-t-il peut-être des briseurs de têtes? Nous ne le croyons pas, mais nous leur rappelons qu’il est sévèrement défendu de jeter dans la rue des projectiles quelconques, à plus forte raison d’énormes couvercles; invitando al tempo stesso la polizia municipale a vigilare con attenzione e, se necessario, ad applicare sans pitié les peines établies par la loi . Feuille d’Aoste , 28 luglio 1875. (2) Le Duché d’Aoste , 6 gennaio 1897. (3) L’Union valdôtaine , 18 agosto 1903.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 8 giugno 2026
Vescovi di Aosta che non presero mai la strada di Aosta Nel corso del Cinquecento anche la Valle d’Aosta fu interessata dalle nuove idee religiose che attraversavano l’Europa. La diffusione di dottrine eterodosse fu particolarmente avvertita negli anni Venti di quel secolo a Brusson, Saint-Vincent e in Valtournenche. Le chiese di Torgnon e Antey furono perfino interdette a causa dell'influenza delle idee riformate provenienti dalle terre elvetiche attraverso il colle del Théodule. In un momento così delicato, la diocesi si trovò per anni senza una guida stabile. Ercole d’Azeglio e Amedeo Berruti, vescovi tra il 1511 e il 1525, per esempio, non risiedettero ad Aosta. Alla morte di Berruti la situazione si complicò ulteriormente perché la sede rimase vacante per tre anni poiché più di un candidato rifiutò l'incarico. Il protonotario apostolico Giovanni Battista Provana di Leinì dichiarò di non sentirsi all’altezza della carica. Anche lo spagnolo Álvaro Rodríguez, designato vescovo da Roma nel 1527, rinunciò prima ancora di mettersi in viaggio verso la Valle. Solo nel gennaio del 1528 papa Clemente VII nominò Pietro Gazino, che raggiunse finalmente Aosta e guidò la diocesi fino al 1566. Durante il suo lungo episcopato dovette affrontare il radicarsi della Riforma. Pur governando la diocesi negli anni del Concilio di Trento (1545-1563), non partecipò personalmente alle sessioni conciliari. Ancora nel 1557 il duca di Savoia lamentava che la Valle non fosse stata «purgata dagli elementi eterodossi» , mentre l'anno seguente denunciava la presenza della «maledetta settaccia lutherana» . Le autorità valdostane reagirono con fermezza contro la diffusione delle dottrine riformate. Per i colpevoli erano previste il carcere, la «strappade de corde» - una forma di tortura praticata mediante sospensione a una corda - e, per gli ostinati, addirittura il rogo: «bruslez comme hérétiques» . Tempi duri...  - Immagine di copertina: La cattedrale di Aosta (foto propr. autore).
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 4 giugno 2026
Voyadzo gratis Amé Gorret (1836-1907), sacerdote e alpinista originario di Valtournenche, fu una delle figure più singolari della Valle d’Aosta dell’Ottocento. Uomo dal carattere indipendente, brusco e spesso caustico, mal sopportava la vita troppo sedentaria e l’obbedienza formale. Per queste ragioni fu spostato più volte da una parrocchia all’altra; perfino in Savoia. Lui stesso diceva di essere «domicilié en route» . Ma dietro quella scorza ruvida si nascondeva un uomo perspicace, generoso e incapace di rinunciare alla propria franchezza. Fu proprio quando fu trasferito in Francia che nacque un episodio rimasto celebre. (1) Quando poteva, Gorret rientrava in Valle d’Aosta e, prima della partenza, girava per le botteghe acquistando piccole cose e immagini da regalare ai nipoti di Valtournenche. Una volta, però, tra souvenirs e qualche bicchierino di vino, aveva finito il denaro. Senza più soldi per il viaggio, corse alla stazione e salì sul treno senza acquistare il biglietto. Accucciato in un angolo del vagone, si addormentò per ore. Quando passavano i controllori, «en veyen si gran prére» , si guardavano bene dal disturbarlo. Ma vicino a Bourg-Saint-Maurice uno di loro trovò il coraggio di domandargli con insistenza fino a svegliarlo: - «Signore, come vi chiamate?» «Adon lo gran Gorret» , stropicciandosi e con aria stralunata, rispose: - «Io non mi chiamo affatto. Non mi sono mai chiamato. È il mondo che mi chiama e mi infastidisce!» Tanto bastò perché il controllore si spaventasse e, interdetto, scappasse a gambe levate. Paul Verlaine soleva dire che «il treno scivola senza mormorio; ogni carrozza è un salotto in cui si parla sottovoce». Il povero controllore, per farsi sentire dall' abbé Gorret che dormiva profondamente, dimenticò quella regola. Fu una pessima idea dato che sotto quella tonaca consumata dormiva un uomo buono come il pane, ma ruvido come la sua veste. - L’immagine di copertina è solo evocativa ed è stata realizzata con l’AI su indicazioni dell’autore. (1) L'Union Valdôtaine , 1° gennaio 1946.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 1 giugno 2026
Votate! (“On doit le 2 juin aller voter”) Nel maggio del 1946 i giornali valdostani pubblicarono un curioso avviso destinato ai cittadini chiamati alle urne il 2 giugno . Il titolo era secco, quasi perentorio: «On doit le 2 juin aller voter» . Bisognava andare a votare. Sotto compariva il richiamo al Decreto Legislativo Luogotenenziale 10 marzo 1946 n. 74, quello che regolava l’elezione dell’ Assemblea Costituente . Il testo ricordava che il voto era «un obbligo al quale nessun cittadino può sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il paese in un momento decisivo della vita nazionale» . Per chi si fosse astenuto senza giustificato motivo erano previste conseguenze oggi quasi impensabili. L’elenco degli assenti sarebbe stato esposto per un mese nell’albo comunale; per cinque anni sui certificati di buona condotta avrebbe potuto comparire la nota «non ha votato» . Una formula che, allora, poteva creare disagi concreti nella vita quotidiana. Letto oggi, quel trafiletto sorprende. Sembra appartenere ad un altro mondo. E in effetti lo era. L’Italia del 1946 usciva da vent’anni di fascismo, dalla guerra civile, dai bombardamenti, dall’occupazione tedesca, dalla fame. Molte località erano semidistrutte; migliaia di famiglie attendevano ancora il ritorno di uomini dispersi o prigionieri. Eppure proprio in quel clima il voto venne vissuto come qualcosa di enorme importanza. Per la prima volta le donne italiane partecipavano ad una consultazione politica nazionale. Per la prima volta gli italiani erano chiamati a scegliere direttamente la forma dello Stato - monarchia o repubblica - e contemporaneamente ad eleggere l’ Assemblea che avrebbe scritto la Costituzione . Dietro quel tono severo vi era la paura del vuoto politico lasciato dalla dittatura e dall’indifferenza. Dopo anni nei quali le elezioni erano state svuotate o trasformate in rituale, la partecipazione appariva una necessità quasi vitale per la ricostruzione del Paese. In Valle d’Aosta quel voto arrivò in un momento delicatissimo. La questione valdostana era apertissima; la Francia non disdegnava l’annessione; l’autonomia si trovava ancora in una fase incerta e fragile e il 2 giugno fu percepito come un passaggio decisivo. Ottant’anni dopo il clima è completamente diverso. Nessuno rischia più di vedere il proprio nome affisso all’albo comunale per non essere andato alle urne e nessuno metterebbe seriamente in discussione il diritto di astenersi. La Repubblica, col tempo, ha scelto giustamente di lasciare piena libertà anche nel non voto . Resta però una domanda difficile. Che cosa si è spezzato, in questi decenni, fra gli italiani e quel senso di partecipazione che nel 1946 sembrava quasi naturale? Perché oggi milioni di cittadini considerano le urne inutili, lontane o incapaci di incidere sulla realtà? Le risposte sono molte: la crisi dei partiti storici, la sfiducia nelle istituzioni, la sensazione che le decisioni reali vengano prese altrove, il logoramento del linguaggio politico. Ridurre tutto a disinteresse o superficialità sarebbe troppo semplice. Eppure quel trafiletto comparso sulla stampa valdostana nel maggio del 1946 conserva ancora qualcosa di potente. Non tanto per le sue minacce amministrative, oggi lontanissime dalla nostra sensibilità, quanto perché restituisce il valore che allora si attribuiva al voto. Per una generazione uscita dalla guerra, mettere una scheda nell’urna significava partecipare concretamente alla nascita di un paese nuovo. Forse è proprio questa distanza - più ancora dei numeri dell’astensione - a raccontare meglio gli ottant’anni della Repubblica italiana. Per la generazione del 1946 la Repubblica non era qualcosa di acquisito.  Era qualcosa da costruire, un’urna alla volta . Immagine di copertina: Augusta Praetoria , 11 maggio 1946.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 28 maggio 2026
I “lenzuoli” di Brusson - tra miracolo e scienza Il 1867, come registrò con chiarezza la stampa valdostana dell’epoca, fu un anno durissimo. Il 17 settembre la «Feuille d’Aoste» raccolse sotto il titolo «Les malheurs de 1867» una lista impietosa: gelate straordinarie, raccolti poveri, vigne rovinate, siccità, bestiame da vendere e, sopra ogni cosa, il colera, che aveva fatto numerose vittime in tutta la Valle d’Aosta. In quel clima, anche i fatti più minuti sembravano assumere un significato più largo. Il 6 giugno «L’Indépendant» riferì da Brusson un «phénomène prodigieux». Da più di una settimana, presso una cappella del capoluogo, (1) oltre cinquanta persone vedevano la stessa cosa: su una superficie di circa sei metri resisteva una macchia di neve fresca. Intorno, nulla. Per trovare altra neve bisognava camminare due o tre ore verso l’alto. La forma, secondo il giornale, appariva così regolare da ricordare ai passanti dei lenzuoli bianchi ( «des linceuils blancs» ) stesi a terra. L’articolo si chiudeva con una formula sospesa tra curiosità e prudenza: «Nous prions les théologiens et les physiciens d’examiner le fait» . I teologi, probabilmente, potevano restare tranquilli. I fisici bastavano. Il 25 maggio lo stesso giornale aveva infatti annunciato un brusco abbassamento della temperatura: il termometro era sceso fino a zero e quel raffreddamento generale aveva prodotto gelate devastanti nelle vigne della Valdigne e della piana di Aosta, compromettendo seriamente la vendemmia. Anche «les blés de la montagne, le maïs, les pommes de terre, etc.» erano stati «gravement endommagés» . Rimaneva comunque quel fatto curioso: una gelata forse persistente perché protetta dall’ombra o da una particolare condizione del terreno. In un anno segnato da malattie, raccolti perduti e paura, bastava poco perché la cronaca scivolasse verso una specie di prodigio. Del resto, in quei mesi i giornali raccoglievano volentieri notizie singolari. Il 4 marzo la «Feuille d’Aoste» aveva riportato un episodio proveniente dall’Ungheria: dopo il passaggio di due meteoriti, alcuni testimoni avevano udito una detonazione; nella notte seguente sarebbe caduto un metro e mezzo di neve. Gli animali condotti «à l’abreuvoir» la mangiavano con piacere. Qualcuno ne raccolse una grande quantità, la fece bollire ed evaporare, e notò che il residuo lasciava una discreta quantità di sale. Nel 1867, dunque, la neve poteva... ammantare anche la cronaca.  - Immagine di copertina: Panorama di Brusson; cartolina viaggiata nel 1917. (1) Si potrebbero considerare le cappelle di Pila, Fontaine o forse anche San Valentino.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 24 maggio 2026
“Vi dico come sarà la Valle d’Aosta fra 200 anni” Il 31 ottobre 1844 la «Feuille d’Annonces d’Aoste» pubblicò un articolo dell’avvocato Alcide Bochet (1802-1859) dal titolo significativo: «Améliorations et découvertes prophétisées» . Il testo sembrava una proiezione della Valle d’Aosta di quasi due secoli dopo. In anni in cui le ferrovie erano ancora una novità e i grandi trafori alpini appartenevano quasi alla fantasia, Bochet delineò una serie di trasformazioni che, tra Otto e Novecento, sarebbero in parte diventate realtà. «Nous vivons dans un siècle de grandes découvertes et de projets vraiment extraordinaires» , scriveva in apertura. Per migliorare la società valdostana e non solo, osservava, qualcuno stava già calcolando la spesa necessaria a perforare il Monte Bianco «afin d’opérer des voyages souterrains entre Courmayeur et Chamouny» . Poi spingeva il ragionamento ancora oltre. Perché non forare anche sotto la Becca di Nona e le montagne retrostanti? In questo modo, invece di aggirare i rilievi per uscire dalla Valle, si sarebbe potuti arrivare «en ligne droite» fino a Torino, installandovi «les chemins de fer et les voitures à vapeur» . Quando Bochet scriveva quelle righe mancavano ancora sedici anni all’apertura del traforo ferroviario del Fréjus, inaugurato nel 1871 dopo lavori immensi. Il traforo del Monte Bianco, evocato quasi come un sogno futuristico, sarebbe invece entrato in funzione soltanto nel 1965, ben 121 anni più tardi. Il passaggio diretto sotto la Becca di Nona non uscì mai dall’immaginazione, anche se l’idea riapparve più volte tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento; qualcuno tornò persino a parlarne agli inizi del XXI secolo. Bochet immaginava anche nuove strade verso i colli del San Bernardo. La carrozzabile del Piccolo San Bernardo sarebbe arrivata pochi anni più tardi, mentre quella del Gran San Bernardo venne completata circa sessant’anni dopo. Allora, sosteneva, «l’industrie et le commerce fleuriront» , mentre abbondanza e prosperità avrebbero trasformato la Valle d’Aosta fino a raddoppiarne o triplicarne la popolazione. Nel 1844 i valdostani erano circa 90.000; oggi sono poco più di 120.000. La crescita non raggiunse dunque le dimensioni immaginate da Bochet, ma la trasformazione economica e sociale della regione fu comunque profonda. Non mancavano altre intuizioni. I mineralogisti, secondo lui, avrebbero scoperto miniere d’oro e d’argento. Non avvenne esattamente in quei termini, ma miniere come quelle di Cogne, Ollomont o La Thuile divennero importanti risorse economiche per oltre un secolo. Le acque della Dora Baltea e del Buthier, scriveva ancora, sarebbero state regolate da grandi dighe capaci di fermare le inondazioni e sostenere l’agricoltura. Bochet non poteva immaginare l’idroelettrico moderno, eppure dighe come Place-Moulin, Beauregard e molte altre avrebbero effettivamente trasformato la montagna valdostana nel Novecento. Gli stessi corsi d’acqua, secondo lui, avrebbero favorito il trasporto del legname verso Aosta e sostenuto nuove coltivazioni: barbabietole da zucchero, vigneti, meleti. Anche la città futura trovava spazio nelle sue pagine. Bochet prevedeva un nuovo cimitero collocato lontano dal centro abitato e immaginava un corpo di pompieri a cavallo per contrastare gli incendi che colpivano frequentemente paesi e villaggi valdostani. Infine descriveva una piazza di Aosta che, «dans sa magnificence» , non avrebbe avuto nulla da invidiare alle altre piazze dello Stato sabaudo. Riletto oggi, quel testo colpisce soprattutto per la distanza temporale tra l’idea e la sua eventuale realizzazione. Molte opere prospettate da Bochet richiesero decenni, talvolta oltre un secolo. Altre non videro mai la luce. Eppure, dietro quelle pagine del 1844, c’era già qualcuno che provava a immaginare la Valle d’Aosta del futuro.  Immagine di copertina: "Petit Saint-Bernard. - Colonne de Joux, altitude 2762 mètres" , cartolina d'epoca, archivio dell'autore.
Autore: Mauro Caniggia Nicolotti 19 maggio 2026
Il fleyé musicale è valdostano Il fleyé nacque come strumento musicale nel 1959 in Valle d’Aosta. Ben più antica è invece la storia dell’oggetto da cui derivò: il fléau , ovvero il correggiato agricolo utilizzato per la battitura dei cereali. Diffuso per secoli in gran parte dell’Europa e in numerose altre aree del mondo, era formato da due elementi lignei collegati fra loro da corregge o snodi, struttura che permetteva di colpire e separare il grano dalla paglia. Il termine francese fléau trova nel francoprovenzale valdostano forme locali come flèyì e flèyë . La particolare conformazione dello strumento ne favorì talvolta anche un uso offensivo. In varie regioni europee il correggiato agricolo venne infatti adattato ad arma improvvisata, soprattutto fra tardo Medioevo ed età moderna. Le fonti ricordano casi nell’Europa centrale, nel mondo germanico e nelle guerre contadine, dove strumenti analoghi comparvero anche nei manuali di scherma tedeschi ( Fechtbücher ). Anche la Valle d’Aosta conserva tracce di questo universo materiale. Nei documenti del Conseil des Commis del XVI secolo compaiono infatti termini come «caczafrustz» , «frande» ed «esclate» , all’interno delle disposizioni relative all’armamento delle comunità valdostane. In un passaggio si prescriveva che gli uomini disponessero di strumenti semplici da utilizzare anche in caso di maltempo, quando gli archibugi non potevano essere impiegati: «…de soy pouuoir preualloir desdictz caczafrustz et esclactes…» ; altrove i documenti distinguevano chiaramente fra strumenti e pietrame da lancio: «…dun caczafrush ou soit frande ou soit esclate…» . Si trattava però di un adattamento ad uso difensivo dello strumento agricolo, completamente lontano dall’utilizzo musicale moderno. Il fleyé come strumento ritmico e coreografico nacque invece, come detto, in Valle d’Aosta nell’ambiente del gruppo folkloristico La Clicca di Saint-Martin-de-Corléans . Fu allora che il vecchio correggiato contadino -grazie a Venance Bernin e Vittorio Bovi - fu reinterpretato in chiave folkloristica e musicale, trasformandosi progressivamente, già a partire dal 1960, in uno dei simboli più riconoscibili dell’immaginario tradizionale valdostano; nel 1962 il gruppo ne verbalizzava la disciplina d’uso. Il 7 ottobre 1965, per esempio, il Corriere della Valle d’Aosta descriveva i «ballets très rapides et le spectaculaire numéro des “Fleyé de la Grandze”, interprété par M.lle Esther Rosset et par M. Henri Chenal» ; considerazioni a cui faceva eco La Région che il 17 settembre aveva già avuto modo di scrivere che “fleyé” e “beus” , usati per eseguire alcune composizioni, erano ormai “strumenti tipici valdostani”. Negli ultimi anni lo strumento è comparso anche al di fuori della Valle d’Aosta, talvolta accompagnato da ricostruzioni che ne hanno attribuito origini differenti da quella valdostana, ma il fleyé musicale è e resta valdostano. Nello stesso ambiente della Clicca nacquero anche altre elaborazioni musicali tradizionali, come “Lo Xilophon de la Grandze” (1978) di Claudio Vigna, autore nel 1973 anche di un’implementazione dello stesso fleyé . Quest’ultimo, così come altri strumenti tipici - ad esempio il tamburo di Cogne - andrebbe tutelato. Si tratta di elementi della tradizione, come la cucina, le produzioni, i canti, la cultura e i costumi, assieme a molti altri aspetti dell’ identità valdostana che meriterebbero protezione, magari attraverso un’apposita legge regionale e un marchio capace di garantirne la territorialità. L’identità è un’impronta e ogni impronta è diversa dall’altra. - La foto di copertina è di proprietà del gruppo folkloristico La Clicca de Saint-Martin de Corléans.